Il paese immaginario

La piazza, la parte antica, stradine strette che si intersecano, la villetta, qualche albero, l’ufficio postale, i parcheggi. La parte “nuova”, degradata, abbandonata. E il Municipio. Non molto diverso dagli altri Municipi. C’è la chiesa, anzi, due, c’è il bar, ci sono i negozi. C’è il corso principale. C’è il traffico. Disordinato. Un’auto di passaggio. Guarda e passa. Poi un’altra. Ma non è un gran traffico. Domani è domenica e lo sanno tutti che ci sarà un po’ di movimento. Qualche forestiero. Un po’ di movimento. Nel paese, poi, si sa che la domenica lo spazio dinanzi il Municipio diventa piuttosto gremito, affollato. Non è certo un problema. Piuttosto è un problema quando Guardia (come in questi giorni) rimane vuota. Il paese è tanto altro, ma è anche questo. Semplicità. Consuetudini. Dormitorio. Come tanti paesi, con la loro storia, e la loro gente. Non ci sono miti e non ci sono eroi. Non lo sono i sindaci e gli assessori egocentrici, non lo sono gli abitanti, chi qui vive. Sindaci e assessori “ruspanti” e egocentrici che qualcuno ogni tanto fa passare sui giornali perché “fanno il titolo”. Ma solo quelli locali che sanno meglio quello che si fa qui. Fanno il titolo di quel giornale nazionale, soltanto quando succede qualcosa, soltanto quando l’egocentrico dell’addetto alla comunicazione rilancia la notizia, soltanto quando devi trovare una “bella storia” dalla “Guardia bella” dove in tanti possono venire a vivere per scappare dalla città. Peccato che non è già quasi più di moda. Come i sindaci e gli assessori “ruspanti” e egocentrici, appunto.

A Guardia ci vivi o ci passi, e tutto sembra così normale e senza sussulti. D’altronde in un paese poco succede e poco può succedere. Ma qui c’è l’essere paese. Pavese ne ha scritto pagine entrate nella storia. Evitando però un grande fraintendimento: che i paesi debbano essere speciali. Che non possono che essere così uguali e così diversi, così semplici da essere normali. E invece – come a Guardia – debbano essere sempre luoghi dove succede qualcosa di grande, dove c’è qualcosa di bello, di straordinario, nei quali è bello andare a vivere perché si vive meglio, nei quali fuggire dalla città, nei quali ci sono flussi turistici che crescono, amministratori locali che si immolano perché così gli viene chiesto.

Diciamocelo. Dagli anni ottanta/novanta a oggi, a Guardia abbiamo esagerato. Abbiamo voluto dire qualcosa di diverso dalla realtà, con un approccio ideologico probabilmente, per narrare forme e colori differenti dal reale. Di certo qualcuno ha sbagliato. Anche se è difficile dirlo per chi Guardia la vive. Ne parli se qui hai vissuto. Dici e scrivi quello che sai e che provi. Retorica e luoghi comuni hanno mistificato le giuste battaglie. Salviamo Guardia, abbiamo detto ad ogni elezione. Già, ma salviamo che cosa? Quel che resta del Castello? Quella chiesa? Quella fontana? Quegli alberi? Il centro storico? Salvarli da chi, da che cosa?! Salviamo chi ancora tenacemente ci vive? E mettiamo sotto la campana di vetro quel monumento o quel palazzo? Non è questo quel che serve. Non è questa la logica giusta per Guardia. Fatelo un giro in piazza ogni tanto e lo capite. Non è la proiezione di Matera o Montalcino a generare opportunità.

La complessità di Guardia si staglia tra le strade del paese, e la lettura delle dinamiche semplici di un paese, ripetitive e tanto belle, non deve far credere che qui tutto sia facile e neppure che qui – nel paese che non sempre è “comune” – la semplicità vuol dire banalizzazione. Nulla qui è banale. È semplice perché impone di non esaltare quello che è una vita di persone che hanno scelto di vivere dove sono cresciute, ovvero si sono spostate a vivere qui comprando o affittando casa, che non sanno se rimarranno e fino a quando. Normali dinamiche di luogo.

Nella semplicità che sconfigge la retorica, ci sta anche il ripopolamento e la mobilitazione. Ma si deve evidenziare quello che non c’è per provare ad averlo. E averlo diverso, rispetto ad altri contesti. Che la medicina territoriale, i servizi alla persona, il medico di base, di famiglia, manchi, in questo paese, non è buono. Che la scuola ogni anno rischi di avere una classe in meno, o che venga addirittura soppressa, perché il prossimo anno ci sono solo quattro iscritti in prima, ci fa arrabbiare. E non va bene, signor sindaco e signori assessori “ruspanti” e egocentrici. Non ci piace che quel pullman verso Benevento, Telese, Napoli vada avanti e indietro vuoto a orari improponibili. Non va bene. E tutto questo è da correggere. Da decenni gli abitanti lo chiedono. Un piano per il trasporto locale, in un paese di anziani, serve. E non c’è più tempo. È questo il fattore decisivo. Oggi tutto è cristallizzato in una dimensione neutra. Stiamo assistendo alla scomparsa definitiva di un mondo, quello dei nostri avi, con cui non siamo più in contatto da tempo. Quella modalità di vivere, di credere e di andarsene non esisterà più, e l’illusione di fare parte di Guardia, di esserne un germoglio, è solo l’ennesimo storytelling, il racconto di una storia, mentre siamo già altro.

Lo spopolamento non è uno scandalo. Il guardiese a volte è un sopravvissuto, un testimone dell’incuria, delle mancanze e del visibile decadimento del paese, quindi egli stesso vittima.

Guardia è un paese dove invecchiare fa paura, non è luogo sicuro per gli anziani, che dipendono fortemente dall’assistenza pubblica. La solidarietà messa in circolo dai paesani può essere senza fine, ma se non è sostenuta da azioni concrete e interventi pubblici, può sfaldarsi e nei casi più estremi diventare omertà. I cittadini, seppur inascoltati, rimangono i migliori sociologi e interpreti della loro realtà e possono aiutare a individuare cosa manca e dove intervenire nel minor tempo possibile; ma non gli si dà ascolto.

L’impercettibile progetto di ripopolamento, messo in atto in questi giorni dal Comune, è soltanto l’ennesima e inconcludente iniziativa buttata lì, solo una dimostrazione di potere, che ci porterà ad assistere alla solita speculazione predatoria, che si concretizzerà soltanto con l’assalto al finanziamento. Non si fa chiarezza su quali siano le condizioni necessarie per continuare a vivere e investire a Guardia, per creare un indotto lavorativo e nell’attesa si congela il futuro di molti giovani. I paesi come Guardia non hanno discendenti, perché le nuove generazioni fortunatamente sono già altro. Quando sentiamo dire dai nostri sindaci e dagli assessori “ruspanti” e egocentrici che Guardia sta vivendo una rivoluzione, in realtà stiamo assistendo alla rottura della nostra tradizione.

Non si salva Guardia, perché oggi non c’è più niente da salvare. E chi dalle stanze del Comune dice che la vuole ripopolare, salvare, proteggere, valorizzare, somma una serie di luoghi comuni che non hanno mai convinto chi ci vive. Tantomeno gli “ospiti” stranieri.

Al bancone di un bar, sulla piazza, davanti ai negozi si possono dire tante cose. La comunità nasce lì. Bisognerebbe farsi aiutare da loro, dai cittadini per migliorare la capacità di osservare la realtà guardiese, attingere ad altre personalità per avere altri punti di vista con cui raccontare il nostro paese. Servirebbe rendere il processo meno paludato e autoreferenziale, perché a volte si ha l’impressione di spedirci solo cartoline fra di noi. I castelli, le chiese, gli alberi, i bei paesaggi esistono anche altrove. Ciò che è stato custodito sotto forma materiale o intangibile potrebbe essere la scintilla che stiamo cercando. Guardia riparte togliendo di mezzo ogni amenità. Torna forte quando riscopre la necessità di proteggere la salute, i trasporti, la scuola o avere una rete stradale decente. Guardia non è una riserva indiana in cui portare artisti e forestieri a guardare il paesaggio. Guardia deve tenersi insieme ma non può ripartire dai soliti campanili. Che ci sono, sono veri, sono semplicemente lì da decenni, a specchiarsi nella piazza. Come la vita di chi vive in paese. Tra la piazza, le case, sòtt’a re pjéta de pagljòkkele.

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