Guardia Sanframondi, un paese in (s)vendita

“Cinquemila euro destinati a chi aprirà un’attività o sposterà la propria residenza a Guardia”. Credo che esista in tutte le lingue del mondo la nota saggia espressione “meglio che niente”. La fortuna nel tempo di ogni territorio è quella di essere continuamente ripopolato e rigenerato, a condizione, però, che la parola “ripopolare” non venga svuotata di senso, che non la si riduca a indicare un trapianto senza criterio di giovani disoccupati disposti ad aprire un’attività economica e di forestieri in cerca di un altrove non-urbano, di un’ingenua tranquillità preconfezionata, di un dormitorio dove ricaricare le “batterie” nel weekend. Lo stesso ragionamento vale anche per il cosiddetto “turismo di ritorno”. Il turismo di ritorno, ovvero il turismo degli emigrati che finiscono, annualmente, per ritornare nei luoghi natii, questa nuova e singolare tipologia di turismo messa in campo dalla Regione Campania – a cui (pare) ha aderito anche Guardia -, è senz’altro una iniziativa interessante, anche se appare solo frutto di una propaganda politica che si è concentrata su contenuti non verificati, e che altrove non ha risolto molto. È un ritorno raccontato su basi teoriche, proiettando i limiti e l’incapacità di prefigurare un futuro. Rimanere o tornare dovrebbe essere una scelta. Una narrazione buona per comunicatori, antropologi, ma anche architetti, ex professori in pensione che parlano di realtà come Guardia come se dovessero svolgere dei compiti in classe. È evidente che questo è il nostro vero petrolio. Ma non vorremmo che Guardia diventi soltanto una specie di Airbnb in cui si affittano anche le case diroccate del centro storico. Una sorta di modello di albergo diffuso in cui si affitta tutto il possibile. Bisogna invece capire cosa fare di Guardia – e non solo del suo centro storico -, dove non alligna la poesia e la bellezza quanto piuttosto le grigie esigenze della vita quotidiana.

Agli inizi del nuovo secolo, fra le innumerevoli iniziative contro l’abbandono delle aree del centro storico di Guardia, fu lanciato sui media una sorta di claim propagandistico (anche se, per la verità, sembrava più roba da televendita alla Wanna Marchi): “Guardia invasa da stranieri, circa 100 famiglie, texani, californiani, brasiliani, canadesi, scozzesi…” “È il modello delle piccole comunità future”, ebbe a dire entusiasta il sindaco Panza. Fioccarono interviste ad ospiti stranieri che da “anni ormai” avevano abbandonato città invivibili, ritrovando nel borgo guardiese quelle dimensioni comunitarie, paesaggistiche e sociali perdute. L’appello risultò mediaticamente efficace e per qualche giorno venne ribattuto anche sulla stampa e ripreso dai network televisivi statunitensi specializzati. L’intento, di certo in buona fede, era quello di accendere una luce su Guardia e sul processo di desertificazione demografica in atto, che già s’annunciava grave e in progressione. Ma ciò che all’epoca si contestava di questa vicenda era la visione del paese che veniva proposta dall’amministrazione allora in carica: aperta agli artisti emergenti di tutto il mondo, ma irrispettosa, ingenerosa e soprattutto diseducativa perché riduceva l’idea dell’abitato antico di Guardia al suo mero corpo fisico, di cui disfarsi a prezzi di saldo, di fatto disancorandolo dalla sua storia e dalla sua memoria. La (s)vendita di pezzi di Guardia ai nuovi “ospiti stranieri” – ridotti nel tempo a qualche decina di famiglie o poco più – come soluzione contro il suo abbandono è diventata nei fatti sempre più improduttiva in modo acclarato. L’iniziativa è servita al più quale mezzo promozionale per la giunta Panza e per attivare velleitari micro-circuiti edilizi locali ma è risultata del tutto cieca rispetto a quelle componenti che dovrebbero costituire il fulcro di ogni misura pensata per il ripopolamento di una comunità antica come Guardia, ad esempio la qualità della vita di chi in quella parte del paese è rimasto o di chi ne è attratto, la salvaguardia del valore dei suoi beni, l’idea di un futuro sostenibile duraturo.

Di sicuro i paesi non si ripopolano con le proposte estemporanee e accattivanti. (S)vendere agli “stranieri” le case del nostro centro storico, poi, significa dimenticare la nostra storia, i sacrifici dei tanti che sono andati via, lontani dalle famiglie e dalla comunità di origine. (S)vendere è, sotto il profilo simbolico, vendere la memoria comunitaria, svalorizzare il costrutto familiare e sociale incorporato in ogni singola casa, svalutare le case dei “restanti”, dei residenti che hanno continuato a vivere nella parte antica, a curare e mantenere le loro abitazioni e il vicolo, le facciate e gli affetti, il tetto e le relazioni di vicinato. Non basta ristrutturare qualche casa traballante. Riabitare significa lavorare a creare le condizioni essenziali per consentire un rimanere dignitoso a chi vuol restare, favorire il ritorno di chi vuol tornare. Una possibile azione di ripopolamento presuppone progetti e cura molecolari, casa per casa; comporta immaginare nuove politiche. Comporta, innanzitutto, lavorare a tenere viva l’idea, anche quando appare utopica, che la vita in questi luoghi è possibile e per tantissimi versi auspicabile. Per questo l’operazione “case agli stranieri” è apparsa subito un’operazione svalorizzatrice che azzera simbolicamente una storia culturale e di fatto si configura come una violenza verso il corpo-paese. Alla luce di tutto ciò, appaiono davvero senza senso, oltre che inefficaci, quei tentativi di ripopolamento che partono dall’idea che la casa dei propri avi possa essere concepita come uno spazio neutro all’interno di un paese-neutro. Svendere una casa, finanche un rudere, disgiungendola da una storia e da una tradizione, da una geografia economica, dalla rete di relazioni delle persone che in quegli abitati continuano a vivere, non appare soltanto un modo maldestro di interpretare il nostro rapporto col passato, ma evidenzia soprattutto una nuova, specifica, difficoltà a leggere le dinamiche del presente.

Per vivere a Guardia non bastano bonus e incentivi è necessario saper dare risposte ad alcune esigenze irrinunciabili, che però nel momento stesso in cui pongono il problema, si configurano anche come elementi di qualità della vita. Per una nuova politica di ripopolamento l’amministrazione guardiese dovrebbe occuparsi di cose noiose come queste, ridando vita e interesse a luoghi di Guardia – distanti dal Municipio – che soltanto fino a pochi anni fa sembravano destinati, e in buona parte allo stato attuale lo sono ancora, a un inesorabile spopolamento e a un finale, definitivo abbandono. È questo è ciò che aspetta il centro storico. Per le ultime generazioni poi, una risposta accettabile e accessibile a queste esigenze non sono certo i bonus e gli incentivi trattandosi di esigenze che si stanno facendo sempre più proibitive. Aprire una nuova attività economica oggi è sempre più complesso e penalizzante. La pianificazione familiare è un lusso che possono veramente concedersi solo coloro che appartengono a un contesto socio-economico ampiamente garantito.

Guardia ha bisogno di una ricostruzione affidabile. Ha bisogno di servizi. Pensare e progettare nuove strategie. Invece si cerca solo un pubblico, lo show. Si parla di resilienza. Anche perché nel momento in cui alla narrazione si aggiunge la parola resiliente, tutto appare luminoso e appagato. Tutto a Guardia è diventato resiliente. Usata in ogni occasione, dall’agricoltura alle manifestazioni pubbliche tutto è “resilienza”. Oggi dire pubblicamente che il termine è fuori luogo, che andrebbe applicato ai materiali o alla capacità psichica, è come bestemmiare in pubblico.

Quando si parla di ripopolare e rigenerare Guardia, si tende a pensare che sia un processo quasi magico. In realtà la macchina della rigenerazione non è così spontanea, ma è il frutto di vere e proprie politiche, scelte concertate, norme e tendenze. Il centro storico di Guardia, ad esempio, ha subito per decenni delle pressioni molto elevate perché la sua “natura” eccezionale fosse oggetto di valorizzazione e non di (s)vendita, si pensi alle continue e velleitarie definizioni di patrimonio artistico, culturale e, infine, paesaggistico.

Tutte le amministrazioni che si sono succedute a Guardia hanno troppo spesso cercato di rimediare alla mancanza di una solida cultura di pianificazione territoriale con l’invenzione di formule facili e accattivanti, il cui interesse risiede più nei dispositivi retorici che sanno attivare che nel repertorio di processi e soluzioni che propongono. Un approccio che invece richiede un lavoro di coltivazione dell’intelligenza collettiva di chi non soltanto abita Guardia, ma cerca di decifrarne le possibilità inespresse, immaginando nuove relazioni trasformative. Come può esserci uno sviluppo locale sostenibile se le ricette che si propongono sono le stesse che vengono riproposte da oltre un trentennio? Come può esserci uno sviluppo locale sostenibile senza un desiderio? Come possiamo ascoltare questo desiderio e farlo crescere, come possiamo farlo diventare la spinta trasformativa che manca da troppo tempo in troppi angoli di Guardia? Per me la risposta è semplice, ed è andare nella direzione opposta della valorizzazione fine a sé stessa, della logica attrattiva che ripete stancamente e con nuove varianti tecnologiche modelli vecchi di decenni.

(Foto tratta dal web)

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