Guardia, un paese bellissimo pieno di brutture

C’è la chiesa del santo con gli affreschi in bella vista, la chiesa sconsacrata per i convegni, un paio di musei per pochi intimi, il palazzo con vista mozzafiato; infine il poderoso maniero. Sembra di sentirla la voce del sindaco di Guardia Sanframondi (tra l’altro con delega al turismo) che ti implora di non ignorare quel puntino sulla mappa italica, di regalargli un po’ della tua attenzione, magari poi pubblicare un post decantandone i tesori nascosti: anche noi siamo parte del Paese “più bello del mondo”. Bello per chi, poi? Non sarà che ci troviamo di fronte al tipico ritmo verbale di un venditore di bellezza? Se ti trovi a far parte del Paese più bello del mondo, d’altronde, che altro puoi fare se non aderire a questa retorica? Spacciarti per bello, anche se bello non sei, finendo a volte per risultare grottesco? La verità, a cui Guardia – e molti luoghi d’Italia – sembra non volersi arrendere, è che è un paese bellissimo (nella sua parte antica) fatto, per la maggior parte, di brutture. Un posto in cui il turista non ha nessun motivo per venire, ma che ciò nonostante le amministrazioni locali che si sono susseguite da più di un trentennio continuano a inseguire la chimera del turismo. L’enoturismo è il petrolio di Guardia. Era il ritornello di saggezza spicciola raccontato da qualcuno tempo fa dal ballatoio di piazza Castello. Guardia è un luogo privo di una narrazione positiva. Ma che, nonostante questo, continua a credere di essere attraente, di poter interessare a qualcuno perché – come quasi dappertutto in Italia – c’è un qualche bene storico-architettonico.

Possibile non si riesca a comprendere che il senso di un luogo prende forma anche e soprattutto negli occhi dei visitatori che lo guardano? Se non vali una visita, allora, forse non vali a basta. Questa, è Guardia oggi: un luogo dove nessun turista (che non sia un’artista straniero: piccole cerchie privilegiate e autoreferenziali, ma molto cosmopolite) si sognerebbe mai di mettere piede. Un luogo brutto per i canoni turistici nazionali, ma ricco di senso e identificazione per chi lo abita. Luogo della memoria, delle radici e della prospettiva di chi ci vive. Luogo dove, nonostante tutto, si desidera restare. Mutato ma riconoscibile o almeno riconosciuto dai suoi abitanti. Una comunità “trascurata”, ai margini della Valle Telesina e che quando si mette il vestito della domenica appare fuori posto, se non grottesca.

Eppure un’alternativa esiste, solo che per trovarla – data la forza omogenizzante della narrazione dominante – dobbiamo mettere da parte l’illusione di poter sedurre chi viene da fuori, e dunque abbandonare l’idea di investire le scarse risorse a disposizione in servizi per fantomatici turisti. Passare la palla ai cittadini, interrogarli sulla loro quotidianità e su come questa potrebbe migliorare. Non ci sorprenderebbe forse venire a sapere che gli abitanti di Guardia se ne infischiano dei limiti attrattivi della loro comunità e si concentrassero invece sul degrado e sull’assenza o sul mal funzionamento delle infrastrutture della vita quotidiana che hanno a disposizione: i presidi sanitari e socio assistenziali assenti sul territorio, le scuole, il sistema locale di trasporto pubblico ecc… Una comunità dove soltanto l’ordinario (e il più delle volte neanche quello) è al centro dell’azione pubblica, che si cura di rendere attrattivo il paese per qualche sporadico turista, e non si impegna ad attrezzare la vita quotidiana delle persone con beni e servizi essenziali.

Esiste, quindi, una rilevante domanda di vita quotidiana a Guardia, che chiede una politica pubblica attenta alla specificità del luogo. Una politica non solo orientata alla valorizzazione del turismo, ma incentrata sul valore della vita quotidiana dei suoi abitanti. Basta con l’imbalsamazione della storia verso un territorio, un paesaggio che visibilmente volge esclusivamente verso la monocultura viticola. In questo modo finisce per essere privilegiato non lo sguardo profondo e radicato, ricco di memoria, della “coscienza di luogo”, ma quello del turista (o enoturista) di passaggio che cerca curiosità e ristoranti, nei suoi passaggi “mordi e fuggi”.

Insomma, a Guardia si può anche vivere bene, fregandosene dei turisti che mai arriveranno, a patto però che si investa in servizi pensati per (e con) coloro che vi abitano. Il benessere di una comunità passa anche e soprattutto dalla sua qualità della vita. Perché da Guardia – bella o brutta che sia – le persone non se ne vogliono andare. Un paese, Guardia, come quello del passo de La luna e i falò di Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

In conclusione, Guardia è un paese bellissimo pieno di posti brutti, sì, ma questi posti brutti sono carichi di senso per chi vi abita: si può forse ripartire da qui.

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