Da giorni il Mezzogiorno si ferma a pezzi. In Puglia, autotrasportatori e agricoltori protestano contro il rincaro del carburante e il calo del prezzo dell’olio, con presìdi e blocchi ai caselli e sulle tangenziali. Le pompe di benzina espongono i cartelli “carburante esaurito”. In Campania e in Sicilia i mezzi restano fermi nei piazzali fino al 20 ottobre. Gli scaffali dei supermercati si svuotano e la gente, per ora, non se la prende con chi protesta.

Ed è qui che conviene guardare avanti, perché il rischio maggiore per chi manifesta forse non è l’indifferenza del governo e dei media, ma il modo in cui si racconterà la protesta.

La dinamica è nota e non richiede registi. Basta che – come avviene in queste ore – nel corteo o al presidio si infiltri una minoranza violenta, pochi volti coperti e qualche vetrina rotta, perché quelle immagini diventino l’unica notizia. Il resto, cioè le ragioni, i bilanci delle aziende agricole, il gasolio che costa più del raccolto, sparisce dal quadro. Nasce l’equazione comoda “sciopero uguale disordine”, e sull’equazione si costruisce il consenso per misure più dure. Le restrizioni però non colpiranno solo i violenti. Colpiranno chiunque alzi la voce, compreso chi lo fa con composta, persino noiosa, civiltà.

Chi ci guadagna? Chi preferirebbe non discutere nel merito. Il caso non è un’invenzione: i blocchi stradali hanno una storia lunga in Italia, dal fermo dei Tir del 2007 ai Forconi del 2012, e ogni volta l’ordine pubblico è entrato nella discussione quanto le rivendicazioni. Sulla paternità di eventuali provocazioni, però, serve prudenza. Che qualcuno ne tragga vantaggio è un fatto politico. Che qualcuno le abbia orchestrate è un’accusa, e senza prove resta una congettura. La democrazia si difende anche così, tenendo distinte le due cose.

C’è infine il tempo. L’empatia dei cittadini del Sud verso chi blocca le strade nasce da un’esperienza diretta: il carrello più caro, il pieno che pesa sul bilancio. Ma l’empatia ha una scadenza, e la scadenza è la fila alla pompa o il frigorifero vuoto. Come ricordano i produttori, la maggior parte dei supermercati non ha magazzini di stoccaggio e viene rifornita ogni giorno. Quando il disagio supera la solidarietà, la simpatia si rovescia in fastidio, e allora la narrazione della “devastazione” non avrà più bisogno di aiuti.

La domanda che resta, quindi, è doppia. Per quanto ancora il Paese saprà distinguere chi protesta da chi approfitta della protesta? E per quanto ancora la politica potrà permettersi di rispondere agli uni come se fossero gli altri?