Mi ha chiesto a bruciapelo un amico al bar, che si è definito assiduo lettore del mio blog: “Come vedi Guardia con la nuova amministrazione?”.

La prima risposta che mi è venuta in mente è stata: “In menopausa”.

Ripensandoci, a mente fredda, mi sono accorto che quella risposta istintiva continuava a sembrarmi la più sintetica e, forse, la più appropriata. Quando l’ho pronunciata avevo semplicemente messo insieme due parole che mi erano venute in mente per descrivere lo stato attuale del nostro paese. Da una parte c’era quel “meno” che ormai sembra accompagnare quasi tutto: meno cambiamento, meno giovani, meno cultura, meno idee, meno iniziative, meno novità, meno Guardia. Un paese che da anni, forse da decenni, sembra vivere con il segno meno davanti a quasi ogni voce: fa meno, produce meno entusiasmo, spera meno rispetto a ieri.

Dall’altra parte c’era la “pausa”: l’attesa, l’immagine di una comunità che sembra essersi fermata, come sospesa, un po’ stanca e un po’ spenta; una comunità nella quale non si avvertono grandi passioni né particolari slanci, piuttosto silenzio, rassegnazione e attesa. Una comunità che, in questi giorni, è persino assediata dal caldo.

Ecco da dove nasceva, nella mia testa, quella parola: meno-pausa.

Poi, a pensarci meglio, ho capito che la parola completa — menopausa — offriva una metafora ancora più ampia per raccontare la condizione presente di Guardia.

Un paese in menopausa è, innanzitutto, un paese che ha smesso di generare. Non necessariamente persone, ma soprattutto novità, progetti, entusiasmo, visioni. È un paese che sembra avere esaurito la spinta a mettere al mondo qualcosa di nuovo e preferisce amministrare ciò che rimane.

E, come in una metafora da prendere con tutte le cautele del caso, arrivano anche le “vampate”: improvvise fiammate collettive — discussioni che si accendono intorno a un tema, una sagra che attira migliaia di persone — che producono qualche giornata di agitazione e poi si spengono senza lasciare grandi conseguenze. Ci si accalora facilmente, ma con altrettanta facilità ci si dimentica di ciò per cui ci si era accalorati; le passioni, quando arrivano, restano quasi sempre effimere, incapaci di diventare un percorso duraturo.

Ci sono poi gli sbalzi d’umore. Guardia sembra attraversata da repentini cambiamenti di stato d’animo: entusiasmo e sconforto, indignazione e indifferenza, partecipazione e ritiro. Basta poco per passare dall’euforia alla lamentela, dalla speranza alla rassegnazione.

È forse questo uno dei tratti più evidenti della nostra comunità: la difficoltà a contenere il disappunto e, soprattutto, la crescente abitudine a trasformarlo in sconforto. Ci lamentiamo molto, ma facciamo sempre più fatica a trasformare la lamentela in proposta.

Un altro elemento della metafora è il calo della libido. Non parlo, naturalmente, di quella sessuale, ma del desiderio collettivo: la voglia di fare, di cambiare, di rischiare, di immaginare un futuro diverso. Guardia sembra desiderare sempre meno. Mancano gli stimoli, diminuiscono le aspettative, si restringe l’orizzonte. L’invecchiamento della popolazione non è soltanto un dato demografico: finisce per diventare anche un atteggiamento mentale. Una comunità più anziana tende inevitabilmente a guardare con maggiore prudenza al futuro, mentre una comunità giovane, per sua natura, è più portata a scommetterci. È soprattutto questa voglia di scommettere che, oggi, sembra mancare.

C’è una sorta di apatia collettiva, una stanchezza che non è soltanto fisica. È una stanchezza civile. Non mancano le opinioni, soprattutto sui social; manca piuttosto la disponibilità a trasformarle in partecipazione, impegno, responsabilità. Restano la rabbia e la paura, mentre sembra essersi indebolita la voglia di ricominciare.

Anche il rapporto con la convivialità meriterebbe una riflessione. Il paese appare sempre più concentrato sulla dimensione privata, sul consumo, sulle occasioni conviviali, sulle cene, sui banchetti, sulle feste. Non c’è nulla di male, naturalmente: mangiare insieme è una delle forme più antiche e belle della socialità. Ma quando la tavola diventa quasi l’unico luogo di aggregazione, qualcosa forse si è impoverito. Ci sono meno luoghi nei quali discutere, progettare, costruire insieme.

E così la metafora della menopausa può comprendere anche una certa stanchezza del corpo sociale: meno energia, meno movimento, meno curiosità. Un paese che ha visto passare amministrazioni composte sempre dalle stesse facce, con molte promesse, molte occasioni e molte delusioni finisce per convincersi che, alla fine, cambieranno i protagonisti ma non cambierà il copione.

Ed è proprio qui che la riflessione torna alla domanda iniziale: come vedo Guardia con la nuova amministrazione?

La mia risposta è che non credo sia possibile attribuire alla nuova amministrazione la responsabilità di questa condizione. Sarebbe troppo semplice e, soprattutto, poco onesto.

La “menopausa” di Guardia viene da lontano. Non è cominciata con questa amministrazione e, probabilmente, non finirebbe se domani a governare il paese fosse l’opposizione. Il problema è più profondo e riguarda l’intera comunità: maggioranza e opposizione, amministratori e cittadini, giovani e meno giovani.

La menopausa, in questo senso, è trasversale. E non è una questione soltanto politica. È una condizione prima di tutto sociale, culturale e demografica. È il risultato di un lento cambiamento nel modo in cui una comunità guarda a sé stessa e al proprio futuro. Per questo sarebbe ingeneroso attribuire soltanto a chi ha amministrato e amministra oggi Guardia la responsabilità di averla condotta fin qui. Chi governa trova una comunità già segnata da queste difficoltà e può, semmai, scegliere se assecondarle o provare a contrastarle.

La vera domanda, dunque, non è soltanto chi amministra Guardia, ma quale Guardia vogliamo essere. Perché un paese può anche attraversare una stagione di declino senza necessariamente rassegnarsi al declino. Può essere vecchio senza diventare vecchio dentro. Può avere meno abitanti senza avere meno idee. Può avere meno risorse senza avere meno coraggio.

Il problema non è l’età. Il problema è smettere di desiderare.

Un tempo, negli anni del boom economico e demografico, Guardia visse l’esuberanza di una società che cresceva, costruiva, progettava, si affacciava al futuro con la fiducia tipica di chi pensa che il meglio debba ancora venire.

Oggi siamo dall’altra parte del ciclo: meno crescita, meno nascite, meno giovani, meno fiducia. Se quella era l’età dell’espansione, questa sembra essere l’età della pausa. E forse la sfida più importante per Guardia non è scegliere una nuova direzione, ma ritrovare una nuova stagione.

Perché la menopausa, almeno nella metafora che ho scelto, non dovrebbe essere una sentenza. Dovrebbe essere, piuttosto, un campanello d’allarme.