Vinalia è appena finita, e con essa Guardia Sanframondi ha archiviato per un altro anno il suo rito collettivo del vino, del cibo, della musica e della memoria. Otto giorni nei quali il paese si trasforma, si ferma, si mette in mostra, accoglie migliaia di visitatori e torna, almeno per qualche sera, a interrogarsi sulla propria identità.
Per otto giorni Guardia si scopre inebriata, patria locale dell’enogastronomia che – diciamolo – è il pezzo forte delle sagre paesane del territorio. Girando tra piazze e vicoli, sull’onda dello spirito (di vino), ci si ritrova immersi nel rito collettivo, ci si aggira tra file di bancarelle, vecchie stanze ripulite e cantine abbandonate del centro storico, come uno straniero in patria che torna nella piazza del proprio paese per cercare, come Proust, il sapore del tempo perduto. Il bello di Vinalia, insegnano gli “antropologi” e i giornalisti locali ma anche l’esperienza della vita guardiese, è che si tratta di un’interruzione della vita ordinaria, un evento che segna la fuoruscita dalla quotidianità. Il rovescio della medaglia, però, è l’invasione mangereccia e godereccia e caotica che per una decina di giorni riduce Guardia a un suk.
Quest’anno, racconta chi c’è stato, sono andati in tanti – qualcuno persino armato di coltello, raccontano purtroppo le cronache –, tutti in pompa magna, soprattutto i politici (per modo di dire) di casa nostra, per la trentatreesima edizione di Vinalia. Hanno stretto mani e si sono fatti intervistare, fotografare e riprendere, concordi nel celebrare un evento che mette al centro il vino del Sannio, l’eccellenza di casa nostra, messo spesso e volentieri in mezzo alle campagne elettorali e nei discorsi sulle “magnifiche sorti e progressive” del territorio.
Ed è proprio qui che nasce la domanda che questa trentatreesima edizione – come le edizioni passate – lascia sul tavolo: che cosa vogliamo che sia Vinalia? Perché il successo dell’unica (al momento) manifestazione sulla piazza guardiese non si misura soltanto dal numero delle presenze, dalle fotografie, dalle interviste del sindaco e degli organizzatori o dalle file davanti agli stand. Un evento popolare può essere affollatissimo e, nello stesso tempo, aver perso qualcosa della propria anima.
Chi scrive lo ripete da tempo, Vinalia sarebbe dovuta diventare molto di più: un appuntamento capace di mettere insieme il territorio, le sue produzioni, le sue tradizioni e una comunità che per alcuni giorni interrompe la normalità, un tempo sospeso nel quale il paese si racconta e si riconosce. Invece è diventata solo una parentesi trasformata in un grande contenitore indistinto. Pasta e fagioli, porchetta, carbonara, arancini, tiramisù, musica, spettacoli; un suk gastronomico, una gigantesca notte bianca del gusto, dove il vino finisce per essere uno degli ingredienti, anziché il protagonista.
Non è una questione di nostalgia delle prime edizioni. E nemmeno di voler chiudere Guardia Sanframondi in una teca folkloristica. Al contrario: una manifestazione viva deve cambiare, contaminarsi, aprirsi. Ma aprirsi non significa smarrire la propria identità originaria. Il punto quindi non è stabilire se sia giusto mangiare un panino con la porchetta o assaggiare un arancino durante Vinalia. Il punto è capire se, alla fine della serata, il visitatore sappia ancora perché si trova a Guardia Sanframondi e quale storia gli sta raccontando quel paese. Perché Vinalia dovrebbe condurre il visitatore dentro il territorio, non semplicemente dentro un mercato. Dovrebbe far conoscere i vini, le cantine, gli uomini e le donne che li producono, la cultura contadina, il paesaggio, le strade e le piazze del centro storico. Dovrebbe lasciare qualcosa oltre la fotografia dello stand più affollato o il ricordo dell’ennesima degustazione.
Basterebbe, forse, guardare a come altre manifestazioni enogastronomiche del territorio hanno saputo tenere insieme affluenza e identità: non chiudendo le porte alla contaminazione, ma puntare di più e meglio sul racconto che accompagna il visitatore, che gli spiega cosa sta bevendo e da dove viene, che lo porta davvero anche fuori dalla piazza principale, dentro le cantine vere, tra i filari. È lì, e non solo negli stand, che si gioca la partita vera della promozione del territorio.
E qui si apre un’altra domanda, forse la più scomoda: che cosa resta il 366° giorno dell’anno, quando i riflettori si spengono e le bancarelle vengono smontate? Se la risposta è “nulla”, allora Vinalia avrà fallito per l’ennesima volta il suo compito più importante, quello di trasformare otto giorni di festa in dodici mesi di economia reale per chi il vino lo produce ogni giorno, non solo lo versa una sera d’estate.
E poi c’è un altro elemento che, inevitabilmente, finisce sotto i riflettori: la politica.
Anche quest’anno non sono mancate passerelle, strette di mano, fotografie e dichiarazioni entusiaste. È quasi inevitabile: dove c’è una grande manifestazione pubblica, arrivano anche gli amministratori e i rappresentanti delle istituzioni. Ma proprio perché il vino rappresenta una delle eccellenze più importanti del Sannio, sarebbe auspicabile che Vinalia non diventasse il fondale permanente delle campagne elettorali, né una vetrina nella quale ogni politico possa rivendicare le magnifiche sorti e progressive del territorio. Il vino non ha bisogno di slogan. Ha bisogno di politiche serie, infrastrutture, promozione intelligente, tutela del paesaggio, sostegno ai produttori e una strategia territoriale capace di trasformare la notorietà di pochi giorni in valore per tutto l’anno. Quale migliore occasione? Ad esempio, il tema del prezzo delle uve, che oggi agita con forza il mondo vitivinicolo locale, avrebbe dovuto trovare spazio anche nei dibattiti che hanno accompagnato Vinalia. Perché accanto alla celebrazione del vino, dei produttori e dell’identità territoriale, esiste una questione più concreta e meno celebrata: quanto viene riconosciuto a chi quella materia prima la produce.
Le difficoltà segnalate a Guardia, con quotazioni che in alcuni casi rischiano di non coprire più i costi sostenuti dagli agricoltori, rappresentano infatti un campanello d’allarme che riguarda l’intero comparto viticolo sannita. A Guardia e nel Sannio, infatti, dove la viticoltura costituisce una componente essenziale dell’economia agricola e dell’identità del territorio, il rapporto tra costi di produzione e valore riconosciuto alle uve merita un confronto aperto. A Guardia Sanframondi, terra che da decenni racconta il vino come cultura, economia e comunità, sarebbe dunque difficile ignorare questa contraddizione: si può continuare a celebrare il valore del vino senza interrogarsi sul valore economico riconosciuto a chi coltiva le vigne?
È una domanda che non chiama necessariamente in causa singoli operatori e che non dovrebbe alimentare contrapposizioni semplicistiche tra viticoltori e cantine. Chiama piuttosto in causa l’intera filiera e la sua capacità di garantire un futuro alla viticoltura. Se produrre un quintale d’uva costa sempre di più e il prezzo riconosciuto all’agricoltore non segue la stessa dinamica, il rischio è che a pagare il conto finale sia proprio la parte più fragile della catena: il produttore. E quando la viticoltura non è più economicamente sostenibile, a essere messo in discussione non è soltanto il reddito di un’impresa agricola, ma il paesaggio, il presidio rurale e una parte sostanziale dell’identità guardiese.
È forse questo il tema che una manifestazione come Vinalia potrebbe contribuire ad affrontare con maggiore coraggio: non soltanto quanto è bello e importante il nostro vino, ma quanto è ancora possibile produrlo a condizioni economicamente dignitose per chi lavora la terra. Perché la tutela del vino passa inevitabilmente dalla tutela della vigna e, prima ancora, dalla possibilità per il viticoltore di continuare a coltivarla.
C’è poi un prezzo che non compare in nessuna statistica sulle presenze, ed è quello pagato ogni sera da chi a Guardia ci vive tutto l’anno, non solo durante Vinalia. Chi abita la comunità si ritrova con il proprio rione trasformato in un budello di gente fino a notte fonda. C’è chi non riesce a rientrare a casa con l’auto, chi deve chiedere il permesso al vicino per un varco, chi rinuncia a uscire perché sa già che non troverà posto per tornare. Alla folla, alla musica, ai fumi delle griglie si somma il diritto elementare a un po’ di quiete, che per otto sere viene sospeso senza troppe cerimonie. Non è un dettaglio da liquidare come il prezzo fisiologico del successo: se Vinalia vuole restare una festa della comunità e non solo un evento subito dalla comunità, la sostenibilità per chi ci abita – viabilità, parcheggi, servizi d’ordine, orari più rispettosi della quiete notturna – dovrebbe essere parte della programmazione tanto quanto il palco e le bancarelle.
Vinalia, insomma, non va abolita. Va difesa. Difesa proprio dal rischio di consolidarsi in ciò che, purtroppo, in parte già è: un gioco senza frontiere, un mercatino globale, un raduno indistinto di consumatori in cerca di una serata qualsiasi. Guardia Sanframondi non ha bisogno di imitare tutte le altre feste; ha bisogno di valorizzare ciò che la rende diversa.
La vera sfida, quindi, per le prossime edizioni, dovrebbe allora essere questa: meno quantità e più identità; meno esibizione e più racconto; meno passerella e più territorio, un piano parcheggi serio. Un evento capace di accogliere migliaia di persone senza smarrire il senso del luogo. Perché il successo di Vinalia non dovrebbe essere soltanto quello di aver riempito per qualche giorno i vicoli di Guardia Sanframondi. Dovrebbe essere quello di aver fatto tornare a casa ogni visitatore con la sensazione di aver conosciuto un pezzo di Sannio. E soprattutto con la voglia di ritornarci.
Altrimenti, il rischio è che nella grande abbuffata di sapori, suoni e immagini si perda proprio quello che rende una festa una festa: il sapore del tempo, della comunità e di un luogo che, per qualche giorno, decide di raccontare sé stesso. Altrimenti meglio abolirla, piuttosto che snaturarla soltanto in una specie di notte bianca continuativa e globale in versione suk.
(foto tratta dal sito ufficiale di Vinalia)