Anche quest’anno l’estate è arrivata a Guardia Sanframondi. Arriva sempre, puntuale come la grandine e come il primo post sui social che annuncia “un calendario ricchissimo di eventi”. Poi bisogna capire ricchissimo di cosa.

Guardia continua a essere, più che un paese per vecchi, un paese che si guarda allo specchio e scopre qualche capello bianco in più. E da tempo. Non è solo una questione di anagrafe, che pure avrebbe qualcosa da dire: è soprattutto una questione di prospettiva. Basta sedersi dieci minuti nei pressi del Municipio e osservare il panorama umano: il riflesso è quello di una comunità che ha accumulato esperienza, ricordi, pensioni, acciacchi e una discreta quantità di fotografie in bianco e nero. I giovani? Ci sono. Semplicemente hanno scelto di vivere la notte o di vivere altrove, oppure vivono qui soltanto nei weekend lunghi, ai primi di agosto e nelle storie di Instagram.

Non è solo una questione di statistiche demografiche, quelle che si agitano ogni tanto come bandiere nei dibattiti da tastiera: è soprattutto una questione visiva. Basta osservare chi amministra il paese da decenni, attraversare le strade, fermarsi davanti a un bar o assistere a una manifestazione qualsiasi, per rendersi conto che il tempo, qui, ha deciso di stabilire la propria residenza. Del resto è uno dei pochi posti dove l’età anagrafica è considerata un’opinione, forse perché qui il tempo non passa: si sedimenta. Ogni anno aggiunge uno strato di ricordi sopra quello precedente, fino a costruire una geologia sentimentale che rende impossibile distinguere il presente dalla rievocazione.

Eppure d’estate tutto cambia. O almeno ci prova. Altrove si canta, si brinda, si organizzano serate, si balla, si cammina tra i filari, si assiste a degustazioni, spettacoli e concerti. A Guardia, invece, si accende la macchina dell’intrattenimento con l’ottimismo di chi spera che basti un torneo di calcetto, una festicciola in costume, un palco, per invertire il corso della storia: il tutto corredato, immancabilmente, dalla formula magica dei post celebrativi: “grande successo di pubblico”.

Naturalmente anche stavolta arriverà immancabile la presentazione di un libro che parla del tempo che fu. Del resto l’estate guardiese vive da tempo una curiosa contraddizione: vorrebbe apparire giovane, ma finisce quasi sempre per raccontarsi soltanto attraverso la memoria. Così ogni evento diventa un grande album di famiglia: “ti ricordi quando…”, “qui c’era…”, “allora sì che…”. Il passato, da queste parti, è spesso l’ospite più puntuale.

Ma non è quello il punto. Il problema è che il paese, prima ancora che nei numeri, invecchia nello sguardo. Lo si vede passeggiando: le panchine e la farmacia sono sempre più affollate, le conversazioni parlano quasi sempre del passato o della salute, a volte delle due cose insieme. I giovani, invece, sono diventati una categoria stagionale: spuntano a inizio agosto come i fichi maturi, poi ripartono. Li salutiamo con la stessa tenerezza con cui si salutano i parenti emigrati: arrivederci a Natale, forse. Qualcuno continua a ripetere che bisogna organizzare eventi per trattenerli. Un’idea nobile, più o meno come credere che una sagra possa risolvere lo spopolamento. E così si ricomincia. Pizzica e tammorra. Degustazioni. Street food. Dj set. Musica popolare. Musica meno popolare. Musica che nessuno aveva chiesto. Musica che tutti avevano già dimenticato. L’importante è riempire il calendario: del resto il vuoto, soprattutto in politica, è pericoloso; molto meglio riempirlo di locandine. Poi, se proprio vogliamo dirla tutta, c’è una forma di ottimismo che meriterebbe uno studio universitario.

Nel frattempo il paese osserva. Anzi, controlla. E lo fa attraverso la categoria sociale più fedele di tutte: gli umarell municipali. Non necessariamente emiliani, naturalmente: anche a Guardia abbondano gli specialisti dell’osservazione, seduti rigorosamente all’ombra, sguardo severo e giudizio sempre pronto. Se a Guardia ci fosse un cantiere, lo seguirebbero per ore; siccome i cantieri scarseggiano, si dedicano all’analisi scientifica della prossima vendemmia, con risultati spesso impietosi.

Tranquilli: anche quest’anno, come ogni anno, arriverà Vinalia, più che un cartellone, un catalogo; più che una festa, una maratona sonora e godereccia nella quale rifugiarsi e dove ci verrà spiegato dal solito comunicato stampa (sempre uguale da almeno trent’anni) che stavolta l’offerta sarà straordinaria, innovativa, coinvolgente (ne parleremo diffusamente nei prossimi giorni). Poi, forse, arriveranno anche le appendici e le aggiunte, gli eventi nell’evento, quelli collaterali, quelli paralleli, pre e dopo Vinalia, quelli “da non perdere”.

La politica locale, prudentemente, benedice tutto. È una forma moderna di previdenza amministrativa: se va bene, il merito è condiviso; se va male, la colpa è sempre dell’organizzazione, del meteo, della congiuntura economica, del caldo africano o di Mercurio retrogrado. L’importante è arrivare indenni al comunicato stampa conclusivo. Per fortuna c’è ancora la Rete italiana di Cultura Popolare; per fortuna ci sono gli agronomi accademici; per fortuna c’è il grande giornalista rigorosamente avvinazzato (in quanto competente di enogastronomia); per fortuna esiste ancora il grande classico dell’estate guardiese: il parente emigrato che torna per qualche giorno. È lui il vero testimonial del paese. Passeggia lentamente, indica una casa, racconta un episodio del 1978 con una precisione da archivio Rai e, davanti a una fotografia in bianco e nero, sospira: “Ah, quando c’era Lui. Quelli sì che erano tempi”. In quel momento Guardia ritrova sé stessa, sospesa tra malinconia e orgoglio. Così l’estate diventa una gigantesca operazione nostalgia. Il paese si riempie, ma si riempie soprattutto di ritorni: torna il figlio emigrato, torna il nipote che parla mezzo italiano e mezzo milanese, torna quello che “io qui ci tornerei pure, se…”. Torna persino chi, undici mesi l’anno, giura di non voler più mettere piede in paese. È il miracolo di inizio agosto: la memoria riesce dove l’economia continua a fallire.

Intanto i guardiesi ultracinquantenni, prudentemente, si sono iscritti a pilates: pare che due ore di divano accelerino l’invecchiamento, meglio prevenire. Del resto servirà allenamento anche per affrontare il ritorno dell’inverno guardiese.