Tra le immagini che gli altri costruiscono di noi e quelle che scegliamo di costruire di noi stessi esiste uno spazio decisivo: quello della responsabilità. Per una comunità come Guardia Sanframondi, segnata da partenze, nostalgie e memorie profonde, il planctus (il lamento) non dovrebbe essere soltanto il linguaggio della perdita, ma il punto di partenza per una nuova consapevolezza.

Restare significa anche prendersi cura. Non basta lamentarsi, raccontare con malinconia ciò che il paese è stato, né lamentare ciò che non è più. La vera sfida è trasformare il sentimento dell’assenza in un’energia capace di generare nuove narrazioni, fondate sul rispetto del luogo e sul senso di appartenenza.

È in questa prospettiva che il problema dell’abbandono dei rifiuti assume un significato che va oltre il semplice degrado ambientale. Ogni sacco lasciato ai margini di una strada, ogni ingombrante abbandonato in una contrada, ogni gesto di incuria racconta una contraddizione profonda: si dice di amare il proprio paese, ma poi lo si ferisce con comportamenti che ne compromettono il decoro, la bellezza e la dignità.

Il grido di dolore di Raffaele Benevento apparso sui social, al di là dell’indignazione che esprime, rappresenta il disagio di molti guardiesi. Non è solo una denuncia dell’inciviltà di pochi, ma il richiamo a una responsabilità collettiva. Perché un territorio non si difende soltanto attraverso le ordinanze, i controlli o le sanzioni, ma soprattutto attraverso una cultura condivisa del bene comune.

La memoria, la nostalgia e perfino la melanconia acquistano valore solo quando diventano cura concreta. Diversamente rischiano di ridursi a un esercizio sterile, incapace di incidere sulla realtà. Il paese che vogliamo consegnare a chi resta e a chi un giorno potrebbe tornare dipende anche dai piccoli gesti quotidiani: conferire correttamente i rifiuti, rispettare gli spazi pubblici, segnalare gli abbandoni, educare le nuove generazioni al senso civico.

Guardia Sanframondi possiede un patrimonio storico, culturale e paesaggistico straordinario. Ma l’identità non vive soltanto nei ricordi, nelle tradizioni o nelle grandi manifestazioni: vive nella qualità della vita quotidiana e nel modo in cui ciascun cittadino considera il proprio territorio.

Trasformare il planctus in progetto significa proprio questo: smettere di piangere ciò che si perde e iniziare a custodire ciò che ancora abbiamo. Perché la più autentica forma di amore verso il proprio paese non è la nostalgia del passato, ma la responsabilità del presente. Solo così il restare diventa una scelta creativa e l’identità collettiva si rafforza, offrendo un’immagine di Guardia Sanframondi che non sia quella dell’abbandono, ma quella di una comunità capace di prendersi cura di sé stessa e del proprio futuro.