Vi chiedete perché è così difficile governare Guardia e realizzare grandi cose quando si assume un ruolo di responsabilità.

La legge inesorabile che ammazza ogni volontà di incidere e di modificare le cose, di progettare e realizzare, è una e vale soprattutto per i giovani amministratori guardiesi: primum, pararsi le chiappe. È quella la regola regina che distoglie propositi ed energie per convogliarli tutti là, nell’esercizio più difficile di equilibrio, prevenzione e autoconservazione. Pararsi le chiappe è l’a priori del potere, il prerequisito per far parte della classe dirigente di questa comunità, come allacciarsi le cinture di sicurezza prima di partire, con la differenza che qui la cintura non vi protegge dall’urto: vi immobilizza sul sedile.

Ergo, prima che la buona gestione, bisogna salvaguardare i glutei. E così quella tutela non è un’attività marginale e dopolavoristica, sportiva e solo precauzionale: è la prima mansione, la prima attitudine richiesta. Perché appena ti insedi al Comune, sei messo subito e perfettamente a disagio, in posizione di precarietà e vulnerabilità: insomma di dipendenza, se non di ricatto o di minaccia velata. Al punto che capisci subito due cose. La prima: ricordati che sei di passaggio. La seconda: non decidere, ovvero non compiere mai una scelta definitiva, anche ponderata e utile. Devi prima incassare l’autorizzazione a procedere, superare i veti incrociati e le maldicenze dei servi infidi, le imboscate delle varie corti (dei conti); poi devi accordarti, accontentare e dilazionare, diluire le tue idee fino a deviarle, gonfiarle d’aria, svuotarle di contenuto. Quando saranno irriconoscibili e inutili, allora — e solo allora — potranno essere accettate.

In altri termini, la principale attività che assorbirà tutto il tuo tempo è sopravvivere, affinando tecniche, strategie, relazioni e cerimonie di sopravvivenza. La tua preoccupazione prioritaria non deve essere fare, ma durare: attività riflessiva, introversa, autopromozionale. È la legge inesorabile del potere: non solo politico e istituzionale, ma accademico, perfino culturale. La prima preoccupazione è conservare con ogni mezzo e mezzuccio la poltrona; la seconda è sventare le insidie altrui, boicottando ogni possibile ascesa di personalità ingombranti soprattutto nella vostra squadra; la terza è procurarsi i mezzi per realizzare i programmi, questuando fondi, permessi, compiacenze. Quel che resta è dedicato all’esercizio costruttivo del potere: è la decima parte del tempo e delle risorse, la stessa quota che un tempo si destinava alla carità. Perciò si realizza poco, pochissimo, quasi niente: e quel poco viene celebrato come se fosse la costruzione di una cattedrale.

Le energie vengono esaurite per resistere, per parare i colpi bassi, medi e alti. Si perde di vista la ragione prima per cui si è in quel posto, perché si è ricevuto quel mandato; tra te e la cosa pubblica si frappongono impedimenti, ricattatori che esigono il pedaggio, controrematori di professione. Anche il giudizio pubblico e mediatico si adegua alla legge parachiappa: non si viene mai valutati per quel che si è, si fa o si sta cercando di fare, ma per il livello di sopravvivenza conseguito. Il giudizio non è mai «è bravo» oppure «ha sbagliato», «ha realizzato» oppure «ha fallito»; è sempre e solo: dura oppure cade, è protetto oppure no, a chi risponde. E se resta in piedi non importa se resiste per capacità propria o perché è un pupazzo di gomma (quand’ero bambino c’era quel giocattolo che non andava mai a terra: Ercolino sempre in piedi). L’importante è stare in piedi, anche da pupazzi; purché ci si pari le chiappe. Se cerchi, nel frattempo, di sollevare un problema di efficacia o di dignità, o che stia a cuore all’interesse pubblico, ti guardano come un marziano o un demente: “ma come, devi pararti le chiappe e stai pensando a governare, a realizzare, o peggio ancora a quella comica chimera che chiamate coerenza?”

I nuovi consiglieri eletti — quelli under quaranta, alcuni addirittura under trenta, freschi di mandato e ancora illesi dall’aria viziata della sala consiliare — arrivano con gli occhi lucidi del progetto e le tasche piene di buone intenzioni. Portano le slide, i dati demografici, le visioni di medio termine, qualche lettura su urbanistica partecipata e sviluppo delle aree interne. Arrivano convinti che il problema di Guardia sia essenzialmente tecnico, e che basti applicare metodo, competenza e un pizzico di entusiasmo per rimettere in moto la macchina.

Poverini.

Non sanno — e nessuno glielo dirà mai apertamente — che la macchina non è rotta: funziona benissimo, solo che non è progettata per andare avanti. È progettata per restare ferma nel modo più elegante possibile. È una macchina parachiappa di precisione, collaudata in decenni di onorata immobilità. I vecchi amministratori (i cosiddetti volponi) — quelli che hanno già percorso questo cursus parachiapporum e ne portano i segni sul corpo come medaglie — li osservano con quella benevolenza leggermente pietosa con cui i veterani guardano le reclute prima del battesimo del fuoco. Non diranno niente. Sorrideranno. Aspetteranno. Sanno che il sistema — paziente, collaudato, implacabile — provvederà da solo a rieducarli. Qualcuno ci metterà sei mesi, qualcuno un anno; i più resistenti arriveranno forse a due anni di onorata dissidenza interiore prima di cedere al richiamo ancestrale della sopravvivenza istituzionale.

Il copione è sempre lo stesso: il giovane amministratore propone, il vecchio sistema dispone. Il giovane porta il progetto, il vecchio porta il precedente. Il giovane dice “si può fare”, il vecchio dice “si è sempre fatto così” e quella frase, apparentemente neutra, ha la forza distruttiva di un siluro. “Si è sempre fatto così” non è una descrizione: è una condanna. È il sigillo che trasforma ogni proposta in eresia, ogni innovazione in insubordinazione, ogni idea in una minaccia all’ordine cosmico guardiese.

Eppure — ed è qui che la storia si complica — i vecchi non sono i cattivi della favola. Molti di loro hanno cominciato esattamente come i giovani di oggi: senza le slide, ma con l’entusiasmo, con la certezza di poter cambiare le cose. Il sistema li ha cambiati prima. Li ha trasformati, lentamente e senza violenza apparente, in guardiani di quello stesso ordine che avevano giurato di sovvertire. È il più classico dei romanzi di formazione in salsa guardiese: si entra rivoluzionari, si esce notai.

Ma fuori di Guardia, da altre parti, è la stessa cosa? Temo di sì e non solo tra i paesi più simili al nostro. Però altrove pararsi le chiappe è una strategia di sopravvivenza dettata dalla necessità, un male necessario. A Guardia, invece, è diventata arte, filosofia, vocazione. Si è elaborato un sofisticato galateo di chiapperia, versione autoconservativa della guapperia: si vis pacem, para chiappem.

Allora che fare? Lasciare l’incarico, rifugiarsi nella montagna subappenninica guardiese o fuggire verso Vasto? Sportivamente dico: chi ha stomaco resista, chi è delicato scelga di andare per funghi, alla vigna, al mare o si rivolga alla Madonna, che di miracoli ne ha già fatti e forse ne concede ancora. Chi spera di cambiare le cose a Guardia smetta di sperare, ma ce la metta tutta per cambiare ugualmente: con operosa disperazione. Agisca come se dovesse farcela, ma pensi l’impresa come eroica e temeraria. Scelta difficile, un po’ schizoide, forse incompatibile con una normale igiene mentale — ma non si vede altra via.

Ai giovani consiglieri, in particolare, un’ultima cosa: tenete d’occhio non solo i nemici dichiarati, ma i mentori troppo premurosi, i colleghi troppo disponibili, i consiglieri d’esperienza che vi spiegano come funzionano davvero le cose. Spesso è lì, in quella bonaria pedagogia del compromesso, che si annida il virus. Vi inoculano la rassegnazione con il sorriso. Vi insegnano a pararvi le chiappe chiamandolo “maturità politica”.

Motto valevole per chi resiste e per chi alla fine cede: non si vive di sole chiappe. Ma a Guardia ci hanno provato in tanti.