Ah, se il candidato sindaco era Lui! C’è qualcosa di commovente — e insieme di vagamente ridicolo — nell’aria post-elettorale che si respira a Guardia in questi giorni. Un profumo antico, tra la nostalgia e il rimpianto, che sale dai vicoli e dalle cantine come un vino dimenticato troppo a lungo in cantina. È il profumo di Floriano. Già, Floriano Panza. Sempre Lui. Quello che per anni è stato il Nemico Principale, la Causa del Male, il capro espiatorio universale di ogni stortura guardiese. Quello che il paese mandò via a furor di popolo con lo stesso entusiasmo con cui, secoli fa, nella vicina Benevento si bruciavano le streghe in piazza. Ebbene: a quasi sei anni dalla sua cacciata, Guardia giace a pezzi, la politica si è sbriciolata in una miriade di personaggetti come non era mai successo prima, e sotto sotto — molto sotto, nelle profondità più segrete del cuore guardiese — serpeggia una voglia indecente: riavere Lui.

Va detto con onestà: al tempo di Floriano la politica locale era una cosa seria (anche se a senso unico, il suo). Le sue voci erano un coro compatto, motivato, persino mediatico. Non c’era conflitto con la comunità; anzi, era un elogio continuo. Certo, qualche frustrato lo massacrò per la sua gestione del Comune, ma avrebbero dovuto imitarlo, soprattutto chi dopo di lui ha fatto peggio. E non solo non lo ha imitato: ha fatto peggio con più disinvoltura e meno stile.

Ora che è cresciuta l’onda del dilettantismo al potere, ora che il populismo giovanile incazzoso — quel mostro che qualcuno furbescamente ha involontariamente nutrito cacciando Floriano — ha mostrato il suo vero volto, ecco che gli stessi che lo volevano in quiescenza lo sognano di nuovo in campo. Come terapia omeopatica contro il populismo, verrebbe da dire: il male si cura col male, purché sia un male di qualità superiore.

Il sinedrio dei cantinieri, a cominciare da quelli di contrada Santa Lucia che furono tra i più accaniti nel volersi sbarazzare di lui, dovrebbe fare atto di pubblica contrizione. Dovrebbe, ma non lo farà. Perché in politica a Guardia il rimorso è un lusso che ci si concede soltanto in privato, possibilmente a bassa voce, e mai per iscritto.

Dal canto suo, anche Floriano dovrebbe chiedere scusa. A quel popolo che lo votò e lo difese per quasi cinquant’anni, ricevendo in cambio favori, appoggi, protezione, ma anche odio, disprezzo e discriminazione. A quel popolo che sperava nella svolta progressista, nella rivoluzione meritocratica, nell’ammodernamento della comunità. E che invece si ritrovò al Comune non i migliori, ma i famigli: inclusi i supporter di stretta osservanza. Guardia non ebbe la forza, non ebbe la svolta: ebbe solo la continuazione del suo declino, cominciato prima di lui, proseguito con lui e accelerato dopo.

“Sostenetemi ancora”, sussurra lui — sottovoce — a qualche sopravvissuto, “perché io sono l’unico che li tiene a bada, so come ipnotizzarli”. Ed è una frase che vale oro — non come programma politico per i prossimi anni, ma come descrizione impietosa di cosa sia diventata la politica guardiese: una gara di ipnotizzatori. Ora che stiamo messi così male che l’attuale sindaco rischia di governare Guardia per l’intera consiliatura (la seconda), e i reduci di Floriano di spappolarsi senza onore, sotto sotto qualcuno spera che ritorni Lui: che se ne andò in esilio dopo il mezzo flop subìto sulla strada di Napoli, come re Umberto di Savoia dopo il referendum truffa, senza protestare ma appoggiando perfino il candidato che lo sostituiva. E serpeggia tra i suoi amici storici la voglia indecente di riaverlo in campo, a quasi ottant’anni, e permettere così a Guardia di ritrovare un senso e una prospettiva.

Cara Guardia, ascolta un consiglio fraterno: se Floriano vuoi, Floriano ti prendi. In tutti i sensi. Ma questa volta, cara Guardia, Floriano te lo prendi in carico tu. Noi abbiamo già dato.