A Guardia Sanframondi esiste un fenomeno che meriterebbe l’attenzione della scienza. Altro che particelle subatomiche o buchi neri: qui siamo di fronte a qualcosa di molto più misterioso. Ogni cinque anni, puntuale come una processione, si compie il miracolo della rigenerazione politica.

Personaggi che hanno attraversato amministrazioni, maggioranze, opposizioni, gruppi, sottogruppi e correnti varie riescono a presentarsi agli elettori come se fossero appena sbarcati sulla scena pubblica. Freschi, immacolati, intatti. Come se tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni fosse avvenuto in un universo parallelo.

Le strade dissestate? Colpa di qualcun altro. Il centro storico che continua a svuotarsi? Responsabilità di forze misteriose. Le occasioni perdute? Fatalità. I problemi irrisolti? Eredità ricevute. Mai una volta che qualcuno abbia l’ardire di dire: “Sì, c’eravamo anche noi”.

Nel recente dibattito politico locale si parla — con mirabile disinvoltura, a maggior ragione dopo i risultati elettorali — di “continuità” e “cambiamento” nella stessa frase. Un capolavoro della fisica politica. Essere contemporaneamente gli eredi di ciò che è stato fatto e i rivoluzionari che devono correggere ciò che è stato fatto. In pratica, maggioranza e opposizione di sé stessi. Un esercizio di equilibrismo che nemmeno i migliori artisti del circo riuscirebbero a replicare.

Si annunciano tavoli tecnici, consulte, forum, piani di comunicazione, coinvolgimento, partecipazione e trasparenza. Tutte iniziative condivisibili, per carità. Ma il cittadino guardiese potrebbe avanzare una domanda semplice e perfino maleducata: perché queste brillanti idee non sono diventate priorità quando molti degli attuali protagonisti (per non fare nomi, i vari Raffaele Di Lonardo, Carlo Falato, Giovanni Ceniccola…) avevano già responsabilità amministrative o politiche?

La risposta, naturalmente, è custodita nel grande segreto della politica locale: la memoria selettiva.

A Guardia il tempo non scorre come nel resto del mondo. Qui ogni elezione funziona come una lavatrice istituzionale. Programmi, alleanze, responsabilità e promesse vengono inseriti nel cestello e, dopo un ciclo di cinque anni, ne escono perfettamente candeggiati. Pronti per essere riutilizzati nella campagna successiva.

Così assistiamo al consueto spettacolo del trasformismo permanente. Chi ieri rappresentava la continuità oggi impersona il cambiamento. Chi fino a poco tempo fa difendeva certe scelte oggi ne denuncia i limiti. Chi era parte del problema si candida a essere la soluzione. E tutto avviene senza il minimo imbarazzo. Anzi, con una sicurezza tale da far dubitare il cittadino dei propri ricordi.

Forse il vero patrimonio immateriale di Guardia Sanframondi non è il vino, non sono le tradizioni, non sono nemmeno i riti secolari. È questa straordinaria capacità di alcuni protagonisti della vita pubblica di reincarnarsi politicamente a ogni tornata elettorale, mantenendo intatti nomi, volti e ambizioni, ma cambiando pelle con la rapidità di un camaleonte.

Eppure, in questo scenario di perenne rigenerazione, qualcosa di genuinamente nuovo si è affacciato. Le ultime elezioni hanno portato in consiglio comunale volti giovani, espressione di una generazione che non porta il peso di decenni di gestione del potere locale. Chi ha amministrato questa comunità per troppo tempo ne è uscito fortemente ridimensionato nelle urne: un segnale che i cittadini hanno colto e che non andrebbe disperso. Quei giovani eletti portano con sé qualcosa che il vecchio ceto politico ha consumato nel tempo: la credibilità dell’inizio. Non hanno conti in sospeso con la memoria collettiva, non devono giustificare scelte altrui né difendere rendite di posizione. Hanno, semplicemente, ancora tutto da dimostrare: e questo, nella politica locale, è un privilegio raro.

La speranza, dunque, è che la loro energia non venga assorbita e neutralizzata dalle logiche di chi li circonda. Che gli incarichi che andranno a ricoprire nella nuova amministrazione non diventino occasioni di cooptazione silenziosa, ma palestre di responsabilità vera. Che abbiano il coraggio — e la libertà — di essere davvero diversi.

L’entusiasmo e la partecipazione, evocati come motori della rinascita della comunità, sono certamente valori fondamentali. Ma per generare fiducia serve anche un ingrediente più raro: la memoria. Perché una comunità cresce quando guarda al futuro, ma senza dimenticare il passato. E soprattutto quando chi chiede nuovamente fiducia ha il coraggio di assumersi anche la paternità degli errori, non soltanto dei successi.

Altrimenti, più che una rinascita, rischiamo di assistere all’ennesimo miracolo della verginità politica ritrovata.

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