A Guardia Sanframondi esiste un fenomeno naturale che gli studiosi ancora non riescono a spiegare. Non è la migrazione delle rondini. Non è la fioritura delle ginestre. È qualcosa di ben più misterioso: la trasformazione improvvisa del cittadino qualunque in candidato alle elezioni amministrative.
Fino a due mesi prima erano creature elusive: salutavano con un cenno vago, camminavano rapidi guardando il telefono, alcuni parevano persino residenti altrove. Poi, all’improvviso, la metamorfosi. Ed eccoli comparire ovunque. Al bar alle sette del mattino, davanti al tabacchino, all’uscita della messa, vicino al forno, alla farmacia, persino davanti al contenitore dei rifiuti, con l’aria di chi sta svolgendo una missione diplomatica per conto delle Nazioni Unite. Ti stringono la mano con entrambe le mani, ti chiedono della pressione di zia Concetta, della schiena di tuo cognato e perfino di quel cane che avevi nel 2009. “Compareee! Quanto tempo!” Tre vocali in più e due pacche sulle spalle: la democrazia guardiese si misura così.
Il candidato di Guardia ha una caratteristica fondamentale: sviluppa un amore improvviso e smisurato per il prossimo. Un’umanità travolgente. Una passione quasi religiosa per il contatto umano. Stringe mani che non vedeva dal battesimo del figlio, abbraccia persone con cui aveva litigato nel 1998 per un parcheggio e soprattutto riscopre parentele dimenticate. “Cugì! Ma allora non ci riconosciamo più?” E tu resti interdetto, perché fino al giorno prima questo non ti salutava nemmeno da lontano. Poi scopri che tua nonna aveva una cognata il cui genero era fratello del compare dello zio acquisito. Sangue del tuo sangue praticamente.
Ma il vero habitat naturale del candidato resta il bar. Il bar, naturalmente, diventa il vero municipio parallelo. Altro che sala consiliare. È lì che si amministra il consenso. Lì si consuma il rito più antico della politica guardiese: l’offerta seriale di caffè e aperitivi. Il candidato entra con passo sicuro, sorriso istituzionale e frase d’ordinanza: “Ragazzi, che prendete?” Da quel momento il bar si trasforma in una succursale del Ministero dell’Economia. Cappuccini, cornetti, spritz, noccioline e Quid a tutte le ore. C’è gente che in campagna elettorale riesce a fare colazione, pranzo e aperitivo senza mai aprire il portafoglio. Il gestore del bar, figura chiave dell’equilibrio geopolitico guardiese, annuisce con discrezione. Esiste infatti il celebre “patto della stecca”: il candidato dice sottovoce “segna tutto”, il barista annota consumazioni degne di un matrimonio e il popolo beve con il patriottismo di chi sta facendo il proprio dovere civico.
Intanto il candidato presidia il territorio. Si piazza strategicamente davanti al locale come un buttafuori del consenso. Ogni passante viene intercettato. “Come sta tuo padre?” “E tua sorella?” “Il ragazzo lavora?” “La zia si è ripresa?” Una sensibilità sociale commovente. Degna della Croce Rossa.
Poi c’è il capitolo delle famiglie numerose. In campagna elettorale, le famiglie con molti votanti assumono il prestigio delle monarchie europee. Il candidato le studia, le corteggia, le omaggia. Si presenta a casa con la deferenza di un ambasciatore: “Volevo salutare tutti…”. TUTTI. Le case con più di cinque voti diventano santuari della diplomazia internazionale. Ci si presenta con sorrisi, pasticcini e promesse di attenzione per “le problematiche del territorio”, formula talmente elastica da poter significare tutto e il contrario di tutto. Non importa se dentro ci siano diciotto persone, tre cognati, quattro nipoti, due compari e uno che stava lì per caso. Lui stringerà la mano a chiunque respiri. Le riunioni familiari diventano summit internazionali. Il capofamiglia assume il ruolo di mediatore ONU. Il candidato ascolta ogni lamentela con attenzione quasi mistica. Prende appunti mentali su tutto. In quel momento prometterebbe persino una metropolitana Guardia–New York pur di non perdere tre voti.
E poi c’è la guerra fredda tra liste. A Guardia non esistono avversari politici. Esistono “quelli”. Pronome carico di tensione morale. Ogni post Facebook diventa materia da tribunale dell’Inquisizione. Ogni like viene analizzato come un’intercettazione dei servizi segreti. La zia che mette il cuore alla foto della lista avversa rischia l’isolamento familiare fino a Natale.
Nel frattempo il candidato continua il suo pellegrinaggio. Compare a feste, compleanni, comunioni, funerali, inaugurazioni. Alcuni vengono avvistati persino alla messa domenicale con una devozione che nemmeno la Madonna ricordava. La cosa straordinaria è che tutti sanno perfettamente come funziona questo teatro. Gli elettori sanno. I candidati sanno che gli elettori sanno. I baristi sanno tutto. Eppure il rito continua immutabile, come una tradizione folkloristica protetta dall’UNESCO. Perché in fondo, a Guardia, la campagna elettorale non è solo politica. È una stagione dell’anima. Un gigantesco spettacolo popolare fatto di pacche sulle spalle, promesse, parentele improvvise, caffè offerti e sorrisi larghi.
Poi arriva l’ultima settimana, quella decisiva. Il candidato entra in modalità mistica. Dorme poco, chiama tutti, compare ovunque con una presenza quasi ubiqua. A Guardia Sanframondi, in quel periodo, il vero miracolo non è vincere le elezioni. È riuscire a bere venti caffè al giorno, stringere duecento mani e ricordarsi il nome di tutti i parenti acquisiti senza collassare prima dello scrutinio.
Ma in fondo è questo il fascino eterno delle amministrative a Guardia: una straordinaria rappresentazione teatrale collettiva dove tutti sanno come funziona, tutti fingono che non funzioni così, e tutti — ma proprio tutti — accettano almeno un caffè. Si vota. Si festeggia. Si litiga. Si commenta. E il giorno dopo, come per magia, il candidato scompare di nuovo.
Fino alla prossima migrazione elettorale.