Ma in che razza (!!!) di paese viviamo? So che la domanda è formulata in modo scorretto perché usa la parola proibita, ma basta un minimo di intelligenza per capirne il senso. Di quale profondo malessere è spia, ad esempio, a Guardia, il malcontento contro l’Arco di Trionfo della Portella, al di là dei motivi logistici che ne sono alla base? L’approssimarsi dei Riti settennali, il traffico che ne consegue, il colpo mortale all’immagine di Guardia? Grazie ai social viviamo nella società dell’indignazione, della diffidenza e del rancore; e ne portiamo tutti, a vari livelli, i segni. L’indignazione sulla persistenza dell’incuria e dello stato di degrado di una comunità, per certi aspetti abbandonata a se stessa, la diffidenza nei confronti di chi non risolve i problemi endemici dei suoi cittadini ha accresciuto la diffidenza speculare verso il potere politico e i loro seguaci. E il rancore verso la razza (!!!) degli incapaci ad amministrare il bene pubblico, si è ritorta in una forma di rancore. È una spirale, di cui non si riesce a capire il senso se guardiamo solo all’effetto di malcontento, senza chiedersi delle motivazioni che lo hanno incubato e allevato, fino a farlo esplodere. In verità i dissidenti – al bar e sui social – sono una minoranza (e gli scalmanati sono una minoranza della minoranza), ma sono la punta di un iceberg molto più vasto: perché oltre al malcontento c’è la più vasta platea dei riluttanti, degli scettici, dei diffidenti; anche tra coloro che si sono fidati delle varie amministrazioni che si sono susseguite negli anni.

Ma non ci interessa tornare sulla questione dell’incapacità e dell’inconcludenza di questa come di altre amministrazioni, ne abbiamo parlato e scritto a lungo su queste pagine; vogliamo piuttosto capire quale malessere spinge i guardiesi a farsi preda del rancore, della diffidenza e dell’indignazione.

Qui è necessario un salto ulteriore per entrare nelle profondità del (innegabile) disagio sociale e civile della comunità. Al di là di chi di volta in volta viene chiamato ad amministrare, a Guardia siamo entrati da tempo nella società che non crede più, che non pensa, che non sa, che non ama se non nella vita privata e ha perso fiducia sia nel futuro della propria comunità (un tempo ridente cittadina) sia nella sua classe dirigente (che poi, da decenni è composta sempre dalle stesse persone). Dove, tra l’altro, non esistono più nemmeno quei meccanismi di schieramento a molla panziani-cantinieri ormai solo una forma di patologia politica e sociale.

Fino a non molto tempo fa si riteneva che, grazie all’apporto delle nuove generazioni, si sarebbero superate le credenze, si sarebbe sviluppata una società guardiese matura del pensiero autonomo, che avrebbe sostituito la tifoseria con la ragione, la devozione al signorotto di campagna col senso critico. Invece siamo di nuovo qui a constatare un esito ben diverso: la società guardiese che non crede è anche una società che non pensa, la nostra società ha solo fede religiosa, ma è più esposta alla diffidenza e alla sfiducia. Al netto della devozione popolare religiosa si è esteso – soprattutto negli ultimi anni – il buco nero dell’ignoranza, la scarsa voglia di approfondire, pensare criticamente, avere giudizi autonomi. Tra un settennato e l’altro la Madonna viene rimpiazzata dai santoni comunali, dopo le preghiere sono arrivati gli influencer su Facebook, disertata per sette anni l’istituzione religiosa ci si affida alla Falanghina e ai santini della rete globale. A Guardia è avvenuto il pessimo mix tra ignoranza e presunzione: l’ignoranza della società guardiese dominata dalla fede era perlomeno accompagnata dall’umiltà e dal rispetto verso chi sa, ha più esperienza, ha più cultura. Oggi invece tutti vogliono comandare, tutti con un telefonino fra le mani pretendono di giudicare tutto; per un malinteso senso di democrazia e sovranità dei cittadini, tutti si sentono in diritto di giudicare tutto dal basso del loro non sapere. Ignoranza e arroganza si sposano e trinciano giudizi sprezzanti e comportamenti conseguenti nel nome sacro della libertà di espressione.

Insomma, in questo paese la perdita della fiducia nella classe dirigente e dominante, si è abbinata alla perdita di sapere, al rifiuto della conoscenza. Una società non può vivere se non crede in niente, se non pensa.

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