Personaggi in cerca d’autore

A tentare di nobilitare lo spettacolo della politica, a voler dare un riferimento alto, culturale, o addirittura un profilo letterario e teatrale, diremo che a Guardia Sanframondi non siamo mai usciti dall’epoca pirandelliana della politica. A qualcuno scapperà subito da ridere per l’accostamento ardito tra cultura, letteratura, drammaturgia e la misera giostra politica del passato, del presente e speriamo (soprattutto per le nuove generazioni) non del futuro. Ma anche i periodi più bassi e confusi in questo paese hanno una loro chiave di lettura, anche il caos e perfino l’immoralità diffusa (come insegna il buon Silvio Capocefalo) può avere letture colte. Il teatro di Pirandello è uscito dalle scene ed è entrato prepotentemente nella realtà politica di Guardia. A guardare la parabola dei protagonisti dell’ultimo trentennio, la loro storia politica; a vedere le loro prodigiose giravolte, i miracolosi salti, la loro poligamia, possiamo dire che siamo entrati in pieno nella fase pirandelliana della politica: il gioco delle parti e delle combinazioni, la maschera e il volto intercambiabili (come la faccia e il deretano), il paradosso come criterio di scelta e di comprensione, il rovesciamento continuo dei ruoli e degli scopi. Tutti in questo paese possono stare con tutti e con nessuno, tutti recitano a soggetto, tutti mutano secondo convenienza e situazione, ciascuno a giorni alterni si accorda e si sottrae a ogni accordo, preferisce stare fuori, dentro, al lato, sopra o sotto. Le variabili sono infinite e impazzite. È la babele allo stato puro. Leggendo Pirandello si comprende la politica contemporanea di Guardia in tutte le sue sfaccettature, il gioco di luci e ombre, comparse e scomparse, recita e realtà, posizioni e fluttuazioni di quel grande palcoscenico che è la condizione umana.

Da tempo in questo paese di poco meno di cinquemila anime l’ambiente della politica è esilarante, come il gas. E come il gas è letale. Saranno le esalazioni, sarà che non riusciamo a liberarci del negativo perché sono colme le discariche della politica, e non c’è nessun Calvese in cui scaricare i rifiuti accumulati. Con l’arrivo del direttore di scena Di Lonardo e dei suoi prodigiosi figuranti e mutanti appena inviati dalla corte di Floriano, poi, il teatro offre un ricco programma per singoli e famiglie. Con lui ci sono le primedonne, che si tengono per mano e sempre sorridendo al gentile pubblico votante. Con relativo inchino, per ingraziarsi la platea e mostrare cosa sono capaci di fare pur di mantenere il posto nella compagnia teatrale. Vi risparmio i personaggi in cerca d’autore, il padre e la figliastra, il giovinetto e la bambina che non parlano mai, l’assessore ruspante, l’assessora piangente… Numerosi sono gli spettatori in platea e in galleria che si sbracciano per sostenere il teatro del cambiamento e il suo campionario e per non piangere la dipartita di Floriano. “Tutti uniti con Di Lonardo, ce lo chiede la Guardia del cambiamento” dice il vecchio striscione elettorale davanti al Municipio. Poi qualcuno vede all’orizzonte un suv nero e grida: “Aiuto! Sta tornando Floriano!”. Che teatro. Ecco, questa roba qui, rappresenterebbe la politica, la Guardia seria, istituzionale, spanzata, onesta, operosa, accreditata in Regione, che dovrebbe salvarci dallo spopolamento. Il direttore di scena Di Lonardo è su di giri: con la legge sui Borghi è sicuro di vincere lo scudetto. Migliaia di guardiesi e telesini si passano la voce: apriamo un bar-ristorante “miez la chiazza”, dai, facciamo la domanda. ‘Na svorta. Ma sor Di Lonardo che pure aveva racimolato un po’ di consensi perché (a chiacchiere) si era posto da indipendente con quelli che c’erano prima; ora che si è intruppato, chi lo ascolterà più? Perché c’è qualcosa di nuovo e benefico nell’aria, in questo scenario per così dire pirandelliano che ancora non riusciamo a decifrare bene. La veloce labilità dei dissensi e dei consensi dei cittadini, e degli spostamenti d’opinione. Si passa da un momento all’altro da vincenti a perdenti, dal paradiso all’inferno e viceversa, senza una spiegazione ragionevole o una relazione di causa ed effetto. Pensate ai trionfi di Floriano, oggi costretto a un ozio ininterrotto. O all’apoteosi dell’attuale compagnia teatrale oggi ridotta a un selfie permanente. Consenso virale ma transitorio e inesistente nella realtà.

Ecco, in questo scenario immaginario, un teatrino che gioca sulla deformazione e sull’assurdo, che però l’attore tende a ridurre al livello della farsa, si gioca il futuro di Guardia. Cosa resterà di Guardia? Cosa resterà dei luoghi oggi abbandonati e di quelli pieni di cittadini operosi, della polvere e delle pietre, del nostro splendido centro storico? Cosa resterà di quelle case che molti di noi avevano visto piene di vita e sui cui muri oggi nascono le erbacce? Cosa resta di ieri per l’oggi e dell’oggi per un auspicabile domani?

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