Vinalia, una vetrina radical chic

Vinalia, Guardia Sanframondi: che terra di geni, di artisti, di poeti della forchetta, di antichi conciapelli pronti anche a trasformarsi in innovativi. Guardia, il paese di Bengodi del gusto e dello stile. Vinalia, un atto politico. Avete notato che in questa torrida estate guardiese non c’è niente come uno show cooking sul castello per apprezzare la cottura dei cannelloni con baccalà, ricotta e prezzemolo, salsa leggera al peperoncino e polvere di cioccolato fondente (in abbinamento alla Falanghina) durante una cena esclusiva? Una cena che raduna le persone più interessanti in circolazione, a sentire loro. Rappresentanti di una borghesia agricola e monetaria che è al contempo un’aristocrazia delle maniere, o che almeno aspira ad esserlo. Che marca i confini della distinzione nello stesso momento in cui diventa catalizzatore di condivisione dell’umanità guardiese. Mostri sacri, capisaldi, le pietre miliari della comunità guardiese. Vinalia è la loro vetrina: “Mmmmmmmm. Questi sì che sono buoni. Bocconcini di roquefort ricoperti di noci tritate. Saporitissimi. Delicatissimi. È il modo in cui l’aroma secco delle noci cede al gusto austero del formaggio che li rende così buoni, così delicati… tutta roba che viene offerta loro su dei vassoi d’argento sbalzato da cameriere in uniformi nere con grembiulini bianchi stirati a mano… il maggiordomo porterà loro da bere…” (Tom Wolfe, Radical chic. Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto). I vini, i cibi e le loro combinazioni costruiscono un Olimpo di perfetta semplicità. Il cuore dei ristretti partecipanti, appartenenti o aspiranti al mondo mondanamente progressista, ovviamente, sono vettori dell’alterità, e che scherziamo. Convinti come sono di detenere le chiavi di una cultura egemone. Nuovi radical chic postideologici, e anzi “post-tutto”, ma in teoria di sinistra. “Élite” che si pulisce i denti con un filo di erba gatta o cipollina graficamente appoggiata dallo chef sulla sommità soffice del mantecato di ricotta con fichi soutè affogati al vino rosso e cannella, ricotta al cacao con lampone e frutti rossi con maniera fintamente casuale (in abbinamento al Passito Laureto). Che nelle loro chiacchiere da tavola parlano delle loro incoerenze politiche, di affari, appalti, consulenze, del futuro di Guardia, dei loro viaggi e i luoghi del cuore, le ossessioni culinarie, enologiche e artistiche, l’infatuazione terzomondista, i libri preferiti, i loro moralismi in ritardo e i loro inspiegabili lassismi, i loro cliché e le loro velleitarie aspirazioni: le loro inutili contorsioni da pseudo-intellighenzia che si vorrebbe radicale e si rileva profondamente moderata, si vorrebbe vicina ai cittadini ed è invece consapevole del proprio esclusivo privilegio. Ma questa pseudo-classe dirigente è evanescente proprio perché assume l’agire per contrarium come propria cifra relazionale, come proprio stile di esistenza. In questi giorni la tensione interiore per il cibo si porta dietro una specie di complesso di classe, un’aristocrazia delle maniere, o che almeno aspira ad esserlo. Nel cibo si concentrano tutte le ossessioni di questa “nuova”, indefinibile classe dirigente. Vinalia è la semplicità raffinata. Vinalia è una sfera di varietà felice! In queste ore assistiamo allo sballo e all’amore per le minuzie casellate, manipolate certosinamente da cuochi espertissimi che hanno fatto il giro del mondo fermandosi a New York, Positano e, ovviamente, a Guardia Sanframondi: Trofiette di semola con zucchine, basilico e podolico, risotto al latte di capra, arancia, zenzero e caciocavallo affumicato, candele alla genovese gratinate con tarallo al vino bianco, salsa al pecorino e finocchietto, controfiletto di scottona brada servita con caponatina in agrodolce, uva in salsa di Aglianico, foglie e radici. Vini rossi e bianchi ma! ma!, purché sopra un certo livello via, Quid, non lo champagne, ci mancherebbe, baccalà su crema di patate alla curcuma, percoche scottate, riduzione di Aglianico e chips al cioccolato, tagliata di tonno in crosta di semi di papavero su lattuga liquida, insalatina di cannellini delle colline irpine e sale reale, semifreddo allo Strega con composta di aglianico, crumble di frutta secca e cialda preziosa… Ma Vinalia, purtroppo, al netto dell’aspetto promozionale dei vini del nostro territorio (legittimo, per carità) oggi è solo una vetrina dello sballo alcolico senza confini. Una specie di esotismo di ritorno rivolto contro noi stessi: nell’umiliazione per l’ingegno guardiese, per la buona, cara, naturalissima tradizione culinaria dei nostri nonni, vero aggregatore di tipicità, di robustezza genuina un po’ contadinesca ma nostalgicamente, romanticamente autentica e sincera. Ma vuoi mettere la panzanella come la fanno alla Fontanella. Vuoi mettere la dieta guardiese, che parla di sole e sudore, di convivialità, di tutte quelle cose che ci invidiano gli ospiti americani. Che ci concilia, tra l’altro, con la nostra parte arcaica, non globalizzata, pura, oltre a costituire un innegabile traino all’economia locale.

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