Balla coi lupi

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Dicono che sono tornati. Si muovono in branco, diffidenti, con quel qualcosa di antico che portano nel sangue, quasi ai piedi della Dormiente, nel Parco Regionale del Taburno Camposauro, vicini alle luci dei paesi o sull’altro versante ai margini dell’Appia, lì dove si narra fossero le Forche Caudine, dove ti sembra ancora di ascoltare il gemito dei soldati romani dannati sotto il segno dei sanniti, uno dopo l’altro, a capo chino, a un metro di distanza. Davvero i lupi sono di nuovo qui? Lo dicono le fototrappole degli zoologi. Lo dicono da tempo gli allevatori che fanno il conto delle bestie da latte che qualcosa non torna. Parlano dei resti di pecore e agnelli e battono cassa. Solo che mica tutti ci credono. I lupi stanno sui massicci appenninici del Matese. Li hanno identificati, ma qui no, qui sarebbe tutta un’altra storia. Qui ci sono ben altri lupi. Homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’uomo). Vedrai che sono solo ibridi, bastardi, cani randagi che hanno sentito il richiamo della foresta. Non può essere il lupo, perché il lupo che si riaffaccia dalle nostre parti sembra quasi una reincarnazione. Il lupo che torna nella nostra area è una suggestione. Sa troppo di storia. Sa troppo di sanniti, di Gaio Pontius Telesinus, ci manca solo la voce dei pastori che parlano in osco. Il Sannio, il nostro territorio che torna alle origini della leggenda. È come se, oggi sfiorito e disorientato, richiamasse le sue origini. Cos’altro può accadere? Magari ridare carne e vita all’antica Tulosiom. I marmi e le statue del suo anfiteatro dove gli abitanti potevano assistere a manifestazioni di giuochi gladiatori sono persi per sempre, ma dentro potrebbero riaccendersi le luci del palcoscenico. Immagina l’anfiteatro telesino come il Colosseo. Ecco, ci stanno pensando, dicono. Forse un giorno l’anfiteatro tornerà a ospitare spettacoli di teatro, danza e musica. No, questa volta, si spera, non ci saranno sacrifici. Niente lupi né bestie feroci e il pollice su e giù della plebe a suggerire vita e morte dei gladiatori. Il lupo, in fondo, è anche i lupercali, la festa di purificazione e baldoria della Roma antica dove tutto è permesso. I giorni sacri di metà febbraio. Non è da lì forse che ci arriva il carnevale? Non è tempo questo di credere nei segni. La presenza del lupo è come se il nostro territorio, però, avesse davvero bisogno di ritrovarsi. Non può essere che va alla deriva, naufrago, che non riesce neppure a pensare a un futuro e sembra ogni giorno che passa perdere un pezzo di passato. Il Sannio, che da tempo non sa più cosa essere: centro della storia, museo a cielo aperto, simbolo di potere e corruzione, disincantato e strafottente, indolente per il suo aver visto troppo. Il Sannio che sa essere soltanto tutto e niente. E da tempo purtroppo si sente niente. Il nulla si sta mangiando la fantasia. Il Sannio che è una bestemmia vederlo vivacchiare. Il Sannio che forse ha i lupi ma anche le Forche Caudine. No, i lupi sulla Dormiente non sono un segno di rinascita. È solo la voglia di vederci un po’ di speranza, forse solo un modo come un altro per questo territorio per illudersi. Una cosa invece è certa. Il Sannio ha una voglia disperata di raccontarsi e se si comincia a narrare ci si può stare altri mille anni. Il Sannio è eterno perché le sue storie non finiscono mai.

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