Fateci uscire!

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Ancora e sempre il tema è sempre e solo quello: stare a casa. La convinzione che lo stato di eccezione imposto chissà fino a quando sia una necessità, è diffusa e consolidata. Siamo stati talmente a casa che anche solo uscire per la spesa è diventato un atto carbonaro, qualcosa di simile alla ribellione sociale. Dobbiamo stare a casa. Un altro mese, due… Cosa importa se nel frattempo c’è gente che a casa ci sta male, c’è gente che soffre il distanziamento sociale, c’è gente che non ha più un lavoro, che non sa come e quando potrà far ripartire la propria attività, che non sa come mettere insieme il pranzo con la cena, che ha paura dei titoli catastrofici dei tg e vorrebbe uscire; che non ne può più dell’asfissiante conformismo che ruota intorno al virus: ubbidite al governo e alla scienza e state a casa senza discussioni. Del vuoto che sta opprimendo un’ intera generazione di anziani. Isolati a casa, smarriti senza le abitudini che hanno arricchito di senso le loro giornate fino a due mesi fa: la chiacchierata con gli amici al bar, la partita a bocce, la passeggiatina al parco. Di quelli che si avvicinano all’addio pensando di non ricevere più nemmeno un abbraccio o un bacio. “Nonni e nipoti che non potranno più stare insieme come prima”. Lo ha detto una virologa. Questa mattina mi ha chiamato un amico che gestisce una piccolo ristorante. Mi diceva di essere preoccupatissimo. Che non vede la luce in fondo al tunnel. “Forse non aprirò più” mi ha detto. Ci siamo stati, a casa. E, se necessario, continueremo a starci ancora di più e a guardare all’avvenire senza sfoghi catapultati dal letto al divano, alla tavola da pranzo, alla scrivania, al portatile, allo smartphone, al bagno, al letto di nuovo, secondo un asfittico quadrante quotidiano. Magari ricominciando, chissà, a illudersi di giocare e socializzare naufraghi delle sardine dai balconi e dalle finestre, cantando e ballando. Confidando nella possibilità che l’Italia risorga dalla pandemia più bella e più superba che pria, grazie al ritrovato orgoglio nazionale, alle manifestazioni collettive di amor patrio dal davanzale. Ci siamo stati, a casa. Confinati sine die all’interno delle nostre abitazioni senza che nessuno riesca a individuare una via di uscita. Prigionieri docili, delle idiozie di una politica che ha deluso (mi ha deluso), di una maggioranza inverosimile, di una politica narcisistica di leadership personali che ha nel virus e nella paura l’unica speranza di sopravvivenza. Sindaci, governatori, ministri, una vasta area di politicanti da strapazzo che ignari dell’Armageddon economico, politico e sociale cui stiamo andando incontro, se ne sta ancora a disquisire su Conte sì Conte no, se andrebbe meglio o peggio con Draghi o con Colao. Prigionieri in un paese governato dai virologi, a cui la politica ha delegato ogni responsabilità. Con il parere degli scienziati si è messa un’intera popolazione agli arresti domiciliari senza preoccuparsi se magari qualcuno non se lo potesse permettere, si è continuato a traccheggiare sulla durata reale della detenzione senza che nessuno fiatasse. Rinchiusi, coccolati dal circolo mediatico che è diventato un coro di sostegno al lockdown e alla privazione della libertà degli italiani. Una contagio avvenuto per via oculare e auditiva, trasmesso su tutti i canali video nei dibattiti, servizi, tg dedicati al virus e contorni, ben oltre lo sfinimento del pubblico.

Va bene “prima la salute”: più che giusto. Ma quando si incomincia a parlare di futuro, bene, non sappiamo più cosa dire. E la realtà adesso è questa. Il futuro di questo Paese, il nostro futuro, il futuro dei nostri figli? È facile dire: non molliamo, teniamo duro. Ma ci vuole davvero una faccia di tolla esorbitante, per parlare di solidarietà quando ci sono circa 21 milioni di persone che stanno vivendo questo momento di emergenza con serie difficoltà economiche, di cui la metà (oltre 10 milioni) con un reddito quasi nullo e che difficilmente ora possono guadagnare un minimo per il sostentamento.

Il 4 Maggio inizierà la riapertura totale o parziale delle attività produttive e l’allentamento dei vincoli alla mobilità individuale. Io sono tra coloro che ritengono che bisogna procedere in questa direzione più presto possibile. Abbiamo sopportato forti limitazioni di libertà costituzionalmente garantite. Abbiamo voglia di ripartire. Voler tornare alla normalità, voler uscire da questo incubo. Tornare a muoversi. Tornare a vivere, lavorare e uscire dagli arresti domiciliari. Ma non per questo, siccome c’è una emergenza, dobbiamo guardare all’universo distopico di Orwell. Termoscanner dappertutto. Controlli negli aeroporti come dopo l’11 settembre. Come colli in transito – rintracciabili – identificati e marchiati. Con l’identità tramutata in codici a barre: microchip sottopelle per trasmettere a una centrale la temperatura, gli zuccheri e ogni movimento. Anche intimo e segreto. Applicazioni per l’autodiagnosi da scaricare sui cellulari, un’app di rintracciabilità e controllo dei movimenti dei cittadini, per tenere nota del suo stato di salute e dell’eventuale evoluzione dei sintomi del coronavirus, ma automaticamente sottoposto al tracciamento dei suoi contatti e dei suoi movimenti.

Non amo le illusioni né i pifferai. Basta, allora, affidarsi anima e corpo alla tribù dei commissari e degli scienziati televisivi. Opinionisti e leader con la scimmia sulla spalla per l’astinenza da tv. Quelli, per inciso, che fino a febbraio dicevano che non v’era alcun pericolo e ora dicono che non si tornerà mai più alla normalità. Che nulla sarà più come prima. Che col virus dovremo imparare a convivere. Vaniloqui, di chi ancora non ci dice perché l’Italia è il paese al mondo col tasso più alto di morti rispetto ai contagiati: più di 23 mila su 180 mila contagiati. Ossia circa il 13%, più di uno su otto contagiati. Come lo spiegate? Qualcuno ha scritto: “La Corea del Sud ha 60 milioni di abitanti, equiparabile all’Italia, è più vicina a Wuhan. Ad oggi sono circa 10 mila contagi in Corea, cento i morti, non so come si scriva andrà tutto bene in coreano, ma loro possono scriverlo, noi no”. L’impressione è che troppi navigano nel buio o i pochi che forse ne sanno di più, non dicono la verità, e a che scopo lo nascondono non lo sappiamo. Io ve lo dico: a me questi scienziati mi stanno cominciando a stare potentemente sulle palle. Perché la vita come la descrivono loro non è vita!

1 comments on “Fateci uscire!”

  1. Bello lo sfogo , ma prima di gridare dai balconi: “Fatemi uscireeee!” vorrei perlomeno accertarmi che la mia riconquistata libertà non significhi di lì a poco ritrovarmi con un tubo infilato nei polmoni. La priorità è riuscire a capire se tutta questa manfrina sia nata da un pericolo reale e non da un oscuro complotto di superpoteri che agiscono al di sopra delle nostre teste senza che le medesime ne siano conaspaevoli. Una volta accertato questo sarà “vitale” capire quale sarà l’evoluzione del virus e come potremo difenderci da esso. Tutto il resto è meno che noia ma solo reazione emotiva derivante da stress da divano, oltre che da serie preoccupazioni economiche.

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