Guardia Sanframondi al tempo del Coronavirus

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Guardia Sanframondi al tempo del Coronavirus. Hanno prima cominciato le anime belle, i contemplativi incantati dalla bellezza ritrovata della propria comunità deserta, dal silenzio rotto dal suono dei rari passi di fantasmi; deliziati dall’immersione in un luogo dove si svolge una vita amena, idillica, lontana dalla realtà, appena disturbata da un vago patriottismo ricreativo e consolatorio, da finestra o da balcone, e recuperata grazie alla pestilenza. Un set cinematografico, una scenografia dal sapore antico che invece altro non è che una scena da film hollywoodiano a metà tra Contagion e Cassandra crossing. Poi, con la comparsa del pericolo giallo, hanno pensato: non bastavano le cornamuse e i baccanali adesso ci invadono pure i virus. Li capisco. Viviamo ormai da giorni, tra noia e paranoia. Capisco la profilassi, la prevenzione, la cautela. Ma qui stiamo tutti perdendo la testa. Ci stiamo invigliacchendo. Stiamo sfasciando definitivamente una comunità già scassata, con un’economia monotematica in ginocchio, un sistema sfibrato. Ogni moto affettivo diventa infettivo. Ci sentiamo come leoni in gabbia, barricati in casa, esortati di continuo a isolarsi, a non frequentare nessuno, a uscire solo quando è necessario e solo alla Decò, dal macellaio o alla frutteria di fiducia. Altro che Panta rei. Qui è tutto fermo. Stiamo impazzendo, prima o poi faremo una sciocchezza. Guardia ormai è una comunità agli arresti domiciliari. Con i carabinieri sotto casa e che ai posti di blocco fermano me che sono nativo e mi chiedono l’autocertificazione mentre al virus straniero lo lasciano passare perché dicono che non lo vedono. E allora si mettessero gli occhiali se non lo vedono. Va bene. Va bene tutto, anche la mascherina che non sopporto, l’amuchina contro l’ammuina e lo starnuto nell’incavo del gomito; ma non si può vivere a lungo in questa desolazione generale, la scomparsa dell’umano e del sociale. Non si può vivere in una comunità che si regge sulla paura. Ma come fare in questi giorni di impazzimento clinico-mediatico? Una pestilenza che credevamo confinata in lande lontanissime e che oggi forse serpeggia silenziosa anche fra la popolazione della nostra piccola comunità. Prima di tutto la salute. Già, la salute. Ma proprio il deficit strutturale della sanità pubblica locale crea il dilagare del panico. L’Asl sta svolgendo il proprio dovere con efficienza? Sussiste un efficiente rete di protezione per i cittadini? Rispondono alle nostre chiamate? Giungono laddove c’è necessità di un aiuto medico, presidiano, proteggono? No. In compenso però nel capoluogo abbiamo sindaci che se la prendono con la zeppola e diffondono lunghi e minacciosi messaggi alla cittadinanza. Governatori sceriffi in versione giustiziere, robocop e vendicatore, armati di lanciafiamme e moschetto – ma concentrati a coprire i buchi spaventosi in materia sanitaria (e lo dimostrano i racconti dal fronte degli ospedali e la lentezza nella comunicazione dei numeri del contagio) – che azzannano la preda senza raziocinio. Un magma micidiale. Accendi la tv e il bla-bla intorno al covid-19 non dà più informazione, semmai più confusione e apprensione. Siamo ormai cittadini trattati da cagionevoli a priori e a prescindere, costretti a diffidare di ogni incontro tra umani e a giudicare contagioso ogni assembramento di persone, al bar, nel ristorante, ovunque. E il sindaco ci tratta come bambini deficienti ripetendo ogni minuto che sono vietati gli assembramenti e che dobbiamo lavarci le mani spesso. Abbiamo capito, basta, pietà, qua siamo arrivati al punto che io non posso nemmeno andare a buttare l’umido in campagna. È una comunità allo sbando, ci vuole uno forte che ferma tutti alla rotonda di Santa Lucia e non fa passare nessuno senza che ci ha i documenti a posto. Qua ci devono stare solo cittadini guardiesi e virus guardiesi, che uno li deve capire quando parlano, che se non li capisce come la scrive l’autocertificazione con l’interprete? Ci vuole l’uomo forte, e basta… Ah, dite che già ce l’abbiamo.

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