Diciamocelo: anche noi rosichiamo

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Chi non vorrebbe avere uno stipendio da senatore (14/15mila/mese) e andare in giro per il mondo (lautamente retribuito) senza dover fare il lavoro per cui ti pagano? Chi non vorrebbe tenere un ciclo di conferenze su come portare un partito dal 40 al 18% e poi vivere di rendita andandolo pure a raccontare in giro. I comuni mortali al massimo hanno l’aspettativa non retribuita. Che goduria l’intervento in Senato di Matteuccio: è stato veramente convincente. Parlava come quei bambini vendicativi che in spiaggia planano col fondoschiena sul castello di sabbia appena costruito dall’amico antipatico per fargli uno sgarbo. Evidentemente stare all’opposizione gli fa bene. “Noi siamo altro”, urlava gesticolando nel suo consueto stile da guappo, e fa un certo effetto pronunciato da un tizio che in mille giorni ha indossato tutte le maschere. E che dire delle capriole e le contorsioni dei giornali orfani (di Renzi), dei commentatori del giorno dopo: sono una delizia che contribuisce a spiegare non perché lo spread sia salito o sceso, ma perché in Italia si acquistino sempre meno quotidiani. E che dire del piccolo grande establishment come il nostro che in questi giorni vede sgretolarsi il terreno sul quale ha posato comodamente i piedi per anni – e per questo auspica il ritorno del bulletto fiorentino – che reagisce con le armi più pesanti che ha: i media. Su, confessiamolo: anche noi rosichiamo. Invidiosi delle capacità oratorie e camaleontiche del bulletto fiorentino. Ma anche della voce maschia di Del Rio che tuona: “Conte, non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti”. Caro Del Rio, vogliamo andare a vedere, nel suo partito, quanti pupazzi del puparo ci sono? Che soddisfazione. Sconfitti nelle urne, sentirli abbaiare dagli scranni del Parlamento. Ringhiare nei talk-show, replicare all’infinito i loro proclami scritti sull’acqua. Applaudire estasiati davanti all’ultima performance tutta psichica di un ambizioso di provincia che ha scalato il loro partito polarizzando ogni sentimento attorno alla sua persona, commissariandolo e riducendolo a quel che è oggi: un campo di forze e ambizioni personali confliggenti o coincidenti col suo ego patologico e dunque prive di qualsiasi orizzonte credibile. Eravamo rimasti che avrebbero “rosicchiato i pop corn” dopo il 4 marzo, e infatti rieccoli, rieccolo a mandare avvertimenti, a dettare la linea alla sua amicaglia di miracolati, a parlare a nuora perché suocera intenda, ma soprattutto a liberare la sua incontinenza narcisistica, il suo bisogno di pubblico, il suo cercare di ricostruire una immagine di sé integra, intoccata dagli scandali Consip e dalle ombre giudiziarie sul babbo e ora pure sulla mamma. Che soddisfazione, le loro facce allegre. Vedere questi alchimisti delle risorse pubbliche per prendere voti, oggi confidare di poter tornare credibili rivendicando una presunta “diversità profonda tra populisti demagoghi e Pd”, e non intendono che i primi vincono mentre il secondo ha perso. Intendono proprio che solo il loro vestigiale partito di furbastri o di nullità senza spina dorsale è in grado di fare l’interesse degli italiani, che si ostinano a non capirli. Forse per comprendere la vera natura di siffatti personaggi più che alla politica bisognerebbe rivolgersi alla psicanalisi. L’amico psicanalista del bulletto fiorentino, tal professor Recalcati, non può fare proprio niente per loro? Tipo convincerli che il sentimento degli italiani nei loro confronti è cambiato. Non li sfiora il sospetto di essere irrimediabilmente caduti in disgrazia, come dovrebbe suggerirgli lo psicanalista della Leopolda? D’accordo, ci vorrebbe Freud, ma forse anche Recalcati può bastare.

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