La sofferenza del “Quarto Potere”

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Il nuovo governo giallo-verde, il governo plebeo, quello dei barbari, gli incivili (osservati con tanta invidia dai salotti della buona borghesia, sempre più inorridita, che non si danno pace che qualcuno abbia usurpato la loro rendita di posizione), qualcosa di buono l’ha già fatto. Ha fatto tornare il mondo dell’informazione e dei media, il cosiddetto quarto potere, all’unica cosa che sa fare: l’opposizione snobistica, saputella e preconcetta. Ma ha fatto tornare anche il nume del multiculturalismo, del Rottamatore – col suo Giglio Magico di Lady Like e Lady Etruria – oggi in allerta d’unisono con gli intellettuali in cachemire e perfino anche con Dudù, tutti insieme riuniti a soffrire e a far diga contro la marea montante populista. A difesa dei profittatori, dello spread e dei mercati. Il nuovo governo giallo-verde, il governo plebeo, quello dei barbari, gli incivili ha fatto tornare un mondo che oggi più di ieri rappresenta le élite, un certo establishment (nazionale e internazionale) che non vuole saperne di piegarsi alla logica della democrazia e della sovranità popolare. Una sorta di elitarismo che considera il Paese reale immaturo e volgare. Che più che raccontare e spiegare la realtà, riflette il mondo parruccone dei salotti. Che detesta la plebe, che condanna i suoi sentimenti come “populismo” e la demonizza perché vota senza obbedire alla loro logica. E vuole continuare a comandare in barba agli interessi generali del Paese. Ne abbiamo, scusate l’espressione, le palle piene. Lo vediamo all’opera dappertutto, il quarto potere, nella società, nei media e nell’informazione. Lo vediamo insultare e insultarsi a vicenda sulla stampa e nelle trasmissioni televisive. La solita compagnia di giro dei talk show urlanti e suadenti. Lo vediamo mettere zizzania, godere nel tentativo di dimostrare che i provvedimenti del neonato governo sono tutti sbagliati, che prima o poi finiremo con il culo per terra. Lo vediamo salire in cattedra: in un monologo ininterrotto che accende e riaccende il festival dell’ipocrisia. Lo vediamo, in giacca e cravatta, alternarsi con nonchalance nei salotti televisivi, sollecitato dal plauso di un pubblico divertito. Lo abbiamo visto in questi anni “lavarsi le mani” e nascondersi dalla storia, dalle lotte politiche e culturali. Lo abbiamo visto nei tentennamenti dell’epoca renziana, innestare la retromarcia e tornare ai bei tempi andati: governativi per principio (a cui si aggiunge l’alto tasso di faziosità ideologica), sempre con quell’aria altezzosa di chi tutto sa e trova la propria ragione di vita nel maglioncino di cachemire, il mocassino firmato, il calice di prosecco in mano. Lo vediamo oggi: nel mondo ovattato degli intellettuali, opinionisti in cerca di collocazione, sempre pronti e disponibili a rilasciare interviste ed apparire in televisione. Vere star di questi giorni: giornalisti, professori, economisti, direttori di prestigiosi quotidiani (che ormai contengono solo previsioni del tempo, segnale orario, programmazione al cinema e santo del giorno e non vendono copie neppure regalate. Non a caso in questi anni hanno perso circa il 60 per cento dei lettori. Un tracollo). Lo vediamo, il quarto potere, mentre recita passi a memoria e segue il copione precostituito. Ma guai a contraddirlo. Guai a contraddire quel suo “buon senso” che trapela da quei salotti che premiano l’effimero e tuttavia guida la fine della triste stagione del renzismo.

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