Quel virus chiamato Matteo Renzi

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Se l’organismo italiano ha c(r)eduto a quel virus chiamato Matteo Renzi, larga parte della colpa va al suo sistema immunitario difettoso. Quelli che erano – o che dovevano essere – i nostri anticorpi si sono lasciati ingannare da una particella infettiva, abbindolati dalle sue capacità camaleontiche. Eppure non è così difficile riconoscere una bugia, condannare un sopruso, o più semplicemente aprire gli occhi. Siamo stati ciechi. E forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione. Siamo stati ciechi, ciechi che, pur vedendo, non vedevano. Più accidiosi dei penitenti che scontano la loro pena nella IV Cornice del Purgatorio, la politica, gli intellettuali, gli opinionisti, i commentatori, in questi anni hanno adagiato sugli allori lo spirito critico e cullato le coscienze degli italiani in un sonno profondo, permettendo così al fanfarone di Rignano di infettare il sistema indisturbato. E i risultati si sono visti. Le cronache di ieri ci raccontano che negli ultimi anni il divario fra i troppo ricchi e i troppo poveri aumenta, ovviamente a svantaggio dei poveri. Il 23% degli italiani è a rischio povertà ed esclusione sociale, il 30% di famiglie più povere detiene l’1% della ricchezza mentre il 5 più ricco ne controlla il 30. Le difficoltà maggiori sono per le famiglie più giovani, causa la precarietà di lavori instabili e la mancanza di stipendi sicuri e sufficienti a garantire una sopravvivenza decente. Il sud ha una percentuale di povertà che sfiora il 40% però molti, anche “autorevoli giornalisti” (che invece di genuflettersi a questo o a quel capobastone facessero semplicemente il proprio dovere di giornalisti, in modo di dare corpo effettivamente alla funzione della stampa, quella di essere al servizio della gente e non dei poveri inutili politici di oggi) dai loro account social si sono permessi di cazzeggiare sulla proposta del reddito di cittadinanza (ridicolizzandola e derubricandola a “mancia per fannulloni” semplicemente perché non ne sanno nulla e non hanno letto nulla) e inventato bufale per far sembrare gli elettori del sud dei pezzenti che fanno la fila per avere il mantenimento dallo stato. Del resto la povertà non fa più notizia.

Il fiorentino Fan Faròn è dimesso (così dicono) ed è andato a sciare. Ha lasciato detto che non lascerà mai il futuro agli altri. In linea con quanto fatto da Banca Etruria per i risparmiatori. In realtà, si vocifera negli ambienti bene informati vicini al Nazareno, morde il freno dalla voglia di contarsi ancora una volta. Come se non gli fosse bastato il misero 18% raccolto nelle urne appena dieci giorni fa. E se buona parte dei dem dovesse voltargli le spalle, sarebbe pronto ad un’altra spaccatura, ma stavolta la sua. Un nuovo partito o una corrente. Senza di noi non c’è governo ci siamo portati via il pallone, proclamava alla direzione del suo partito solo qualche giorno fa, con la faccia irridente che ha così rapidamente disgustato gli elettori italiani. Oggi, l’unica minaccia che può credibilmente indurre quelli del Pd a mutare questa scelta, è la paura di nuove elezioni. L’angoscia, la paura di chi, bocciato dagli elettori, sonoramente respinto alle urne, beffata la volontà popolare con un vero e proprio gioco di prestigio, sconfitto nei collegi uninominali, ripescato dal sistema proporzionale, oggi ha cinque anni di vita politica davanti e che potrebbe vedersela ridurre a pochi mesi. Naturalmente tutto questo bailamme, ha un solo scopo: obbligare, nell’impossibilità di altri numeri, i Cinquestelle e la Lega ad allearsi. Sputtanandosi. O a gettare la spugna e cedere, chi vorrà farlo, alle lusinghe e alle minacce dell’ennesimo governo del Presidente. Sì, ma adesso che cosa succederà? Non c’è una risposta. Solo la consapevolezza di vivere in un paese il cui futuro si prospetta tutt’altro che roseo, ma anche un po’ speranza di poter agire, di poter fare qualcosa per cambiare il presente. Perché fortunatamente qualche anticorpo rimasto vigile e all’erta esiste ancora in questo Paese. Finalmente qualcosa si è mosso e si è mosso nel verso giusto. E non si può più non tener conto della volontà popolare finora disattesa anche da chi dovrebbe difenderla. Finalmente in questo Paese si parla di un governo fatto da chi ha vinto e non da chi ha sonoramente perso.

1 comments on “Quel virus chiamato Matteo Renzi”

  1. La più grande delusione,per il popolo della sinistra,me ne resi conto quando ,il 26 ottobre 2014 tuonò (non daremo il partito a quelli che si accontentano del 25% !!! che buffone!!

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