Le prèfiche di Guardia Sanframondi

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Nel pieno di una deprimente schermaglia elettorale, mi ero ripromesso di non scrivere più della mia comunità, Guardia Sanframondi. Il motivo? Chi scrive di questo paese, chi lo racconta, scribacchia episodi di vita vissuta e all’occorrenza lo critica, chi trova sentieri che la politica non conosce, spazia, scava, scende in profondità, non vince mai. Perde sempre. E col tempo smarrisce pure la fantasia. Tuttavia, continuare a domandarsi in quale paese siamo, è lecito. Anche perché non è che a Guardia non ci siano motivi per non farsi domande. Anzi. Prendiamo ad esempio chi, sui social, in questi giorni ha “l’ardire” di commentare e contestare l’amministrazione Panza. Ma come? Proprio adesso, nell’epoca del selfie come orizzonte di vita, ci mettiamo a commentarne le inefficienze da una tastiera di uno smartphone? Ma torniamo alla domanda. Come mai, adesso, ci si strappa le vesti per la mancanza di confronto con la cittadinanza? Adesso. Si è rotto l’incantesimo che avvolge come una cappa maleodorante questa comunità? È emersa finalmente la visione caleidoscopica di un paese in tilt? No. Nulla di tutto questo. È, più semplicemente, l’inclinazione dei guardiesi a comportarsi come le prèfiche: le professioniste dei funerali, specializzate in ipocrisia, quelle che a Roma, quella antica, erano pagate per piangere, vestite a lutto, con i capelli sciolti, addolorate, sconvolte, che si battevano il petto a ogni singhiozzo. Solo che oggi il cadavere è Guardia e moribonda è la democrazia. Eppure sarebbe bastato guardarsi indietro per capire come siamo arrivati a questo punto. Che il magico mondo delle meraviglie di Floriano Panza, le sue formule ammaliatrici, la sua competenza, la sua professionalità, non avevano nulla a che vedere con la realtà di questa comunità. A vederli alle spalle, in sequenza, sembra che sette anni fa ci attraversò la strada un gatto nero, che ha portato sette anni di guai. Ma il peggio è che non si intravede ancora un’uscita dal settennato nero e sfigato da cui proveniamo. Il confronto a Guardia è stato sfregiato proprio perché in questi sette anni “ci si è fatto i fatti propri”. E non si è voluto mettere in discussione adeguatamente una “banda” di incapaci che si è venduto/comprato l’intera comunità. Gente che non ha mai avuto bisogno di nemici, capace soltanto di puntare l’indice, di sentirsi ogni santo giorno moralmente superiore. Che senza un nemico non sanno chi sono. Che senza un nemico non si riconoscono. Sono solo loro il male oscuro di questo paese, non il “confronto”, che si sapeva non ci sarebbe mai stato. È questo il senso più profondo, viscerale, di questa classe dirigente. E il paradosso di tutta questa storia è che chi oggi, nel commentare le giuste osservazioni di qualche “temerario” sui mali di questo paese, si lamenta e piange per la mancanza di confronto, per troppo tempo ci ha sputato sopra. Solo perché si sentiva superiore. Lo vado ripetendo da tempo, oggi non basta più confinare all’esilio questa “banda” di incompetenti, è necessario renderli indegni, marchiarli, non riconoscerli. Nessuno chiede a nessuno di essere sinceri, di mettere in scena, come le prèfiche dell’antica Roma, un dolore che non c’è. Ma se i valori della nostra società, la sua voglia di reagire, oggi più che mai sono fragili è soltanto perché qualcuno al suo interno li ha sbriciolati con un pensiero arrogante, ottuso, incapace di superare la logica per cui c’è sempre un rosso e un nero, un guelfo e un ghibellino, un buono e un cattivo, un degno e un indegno.

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