Guardia Sanframondi, una comunità culturalmente mafiosa?

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C’è una bellissima cartolina nostalgica di Guardia Sanframondi che ci manca moltissimo, un po’ isterica, moltissimo patetica (come tutte le nostalgie) e incredibilmente agglutinante. Una cartolina illustrata scattata dall’immaginario più contraffatto della classe dirigente di questo paese, una sorta di quintessenza del nostro destino: contenente Arte, Bellezza, Eccellenza, Unesco. Ma ci pensate? Il territorio di Guardia patrimonio incontrovertibile, incontestabile, intramontabile dell’umanità? Pensate all’effetto che farà: così come le pizzerie napoletane sono sovraccariche di gente dopo che la pizza è diventata patrimonio mondiale Unesco, così come Santa Sofia a Benevento è diventata un luogo imperdibile solo dopo che l’Unesco se ne è accorto: onde di visitatori, mobilitati dal bollino Unesco. Ma c’è anche, nel profondo della comunità, una sudditanza mascherata da democrazia, tanto più insidiosa perché soft, in un certo senso collettiva, perché coinvolge quasi tutti. Si è insinuata nel nostro tessuto sociale, e noi non ce ne siamo accorti. È sufficiente toccare specifici argomenti per registrare silenzio e imbarazzo, mutismo, comitati d’affari, dove gente perbene “si relaziona” e fornisce “potere e prestigio sociale”. E questo malcostume non è privo di conseguenze per tutti i cittadini, in primis per i giovani capaci e preparati che, senza conoscenze “giuste”, i cosiddetti “Santi in Paradiso”, si vedono scavalcati da gente con scarsa preparazione, ma adeguatamente appoggiata.

Checché se ne dica, l’unico modo per restare in questo paese è andarsene. Perché non c’è salvezza. La comunità è andata irrimediabilmente peggiorando, da ogni punto di vista: economico, etico, culturale, umano. E nulla sembra poter fermare questa deriva. Nel giro di pochissimi anni, con i testimoni del tempo ancora in vita, la situazione è regredita. La nostra classe dirigente e imprenditoriale, ne ha ricavato un senso di impunità per corrompersi e corrompere ancora di più. Impunità che è confermata dai fatti. Prevale un modello esemplare caratterizzato da alcune specifiche “competenze” che potremmo definire sistemiche: conoscenza del territorio, consenso elettorale, ottime relazioni con il mondo della politica, capacità di intervento nel potere locale, ottima conoscenza del meccanismo dei contributi e delle agevolazioni. Non si tratta però di quella borghesia, costituita da professionisti e consulenti di vario genere, ma di un diverso sistema, che ha preso direttamente in mano il giro degli affari che contano in questa comunità e li gestisce senza intermediari, senza “coppole” e senza “lupare”. In questo modello ciò che conta è la capacità di intessere e controllare le più eterogenee reti di relazioni con le persone che contano e di connetterle tra di loro, fino a farle diventare sistema. Un sistema che pullula letteralmente di esempi di risorse pubbliche stanziate per le finalità più diverse e il più delle volte inutili: eventi, opere pubbliche, ma anche i nuovissimi business delle energie alternative e dei centri storici. Lavori, appaltati con la prassi della procedura d’urgenza, che sono rimasti incompiuti, e quelli completati sono spesso risultati irregolari perché sono stati utilizzati materiali scadenti. Non è escluso, naturalmente, che al di fuori di questo sistema ci siano persone oneste e professionalmente all’altezza, e ce ne sono, ma è più facile il contrario e che molti cittadini (soprattutto giovani), che non si sono adeguati al sistema, rinuncino e dopo anni spesi inutilmente preferiscono andarsene altrove. E comunque che insegnamento etico potranno ricevere quei giovani, selezionati in tal modo, che si sono adeguati al sistema? Un insegnamento, che di adeguamento in adeguamento, ha creato una classe dirigente e imprenditoriale anche peggiore, dal punto di vista morale, di coloro che li hanno preceduti e scelti, in un avvitamento vizioso che non ha fine. Oggi, il sistema è talmente collaudato, così sicuro della propria impunità che nessuno ha mai osato reagire. Si è persino culturalmente attrezzato e gira a vuoto, riducendosi a gesti rituali e per questo inefficaci: premi, riconoscimenti, cerimonie pubbliche, conferenze nelle scuole con un pubblico di ragazzi arruolati a forza ma annoiati e distratti.

A questo punto ci sono delle domande alle quali ogni comunità deve sapere e poter rispondere. Si può ancora vivere, parlare, relazionarsi liberamente in questa comunità? Oppure siamo di fronte ad un’epidemia senza scampo? Certo la malattia è grave e già ampiamente diffusa, e non sembrano esserci antidoti efficaci, ma già la capacità di collegare assieme, in un solo sistema, fatti apparentemente eterogenei non credete possa essere l’inizio di una inversione di rotta? Oppure, quando parliamo di Guardia Sanframondi, possiamo solo parlare di una comunità oramai perduta, in fondo corrotta e culturalmente mafiosa? Indubbiamente no! Guardia non porta all’ingresso un cartello: “Città mafiosa”. È un paese normale, anziani davanti ai bar, persone che passeggiano, giovani… Per molti ma non per tutti Guardia è governata da gente in gamba che il “mondo” ci invidia, forze competenti, giovani, fresche, quelle che ci sanno fare. Meglio dunque restare in buone mani: quelle che negli ultimi sette anni, ma anche più indietro, ci han regalato solo miracoli. Gente che magari ha le idee confuse e non si cura di riordinarle: credendo che sarà al sicuro per sempre. Fondamentalmente inutili come i fogli che tiene in mano Berlusconi nei talk-show. Massì, teniamoci stretti questi campioni di capacità. Nel senso longanesiano del termine: “Buoni a nulla, ma capaci di tutto”. Ma rifacciamoci la domanda: secondo voi, Guardia è un paese intrinsecamente e ormai anche antropologicamente mafioso? E se sì, allora che cosa si può fare per rimanere guardiesi senza vergognarsi di esserlo? Limitarsi a guardare il paesello della propria infanzia magari da lontano? Da molto lontano.

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