Guardia Sanframondi: “Dal paese virtuale al paese reale”

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Divisa tra chi crede alle bufale, patacche, balle, frottole, storie, fandonie, invenzioni, panzane del sindaco Panza e chi si indigna, la discussione a Guardia, in strada e sui social, è chiusa in un circolo vizioso. Il rito si ripete identico ogni giorno: non ci si indigna, non si dibatte e ci si lamenta solo con i parenti, gli amici e i colleghi; se è abituato a farlo, si lascia andare a una dolente invettiva sui social (causa ed effetto di ogni male). Il giorno dopo, tutto ricomincia daccapo, come in quel vecchio film – Ricomincio da capo – in cui il protagonista era condannato a rivivere sempre lo stesso giorno, senza poter andare avanti. La spiegazione semplice che ci possiamo dare è che un vero “dissenso” nei confronti dell’amministrazione Panza non esiste. E quel poco di “opposizione” non è altro che una mera emanazione della società a cui essa appartiene, rispecchiandone appieno i vizi e le virtù. Da questo punto di vista anche per Guardia risulta insuperabile il noto aforisma del filosofo, politico e giurista Joseph de Maistre secondo cui “Ogni nazione ha il Governo che si merita”. In realtà il dissenso nei confronti del sindaco Panza – e quel che rappresenta -, seppur  “vituale”, a Guardia esiste. In questi ultimi anni, grazie alla tecnologia e alle sue invenzioni, non c’è guardiese che non abbia accesso all’informazione entrando prepotentemente nei processi della comunicazione. Con la nascita, lo sviluppo e la diffusione degli smartphone da un lato, e l’esplosione dei social network dall’altro, una massa considerevole di persone ha scoperto Internet ed è diventata soggetto comunicante grazie ai social. Facebook e Whatsapp in primis. E così nell’enorme centrifuga della discussione sono così entrati – con diritto istantaneo di parola e di opinione – centinaia di persone di questa nostra comunità che forse nella loro vita non avevano mai letto un giornale, né avevano mai aperto un libro, non avevano mai partecipato ad alcuna attività socio-politica, ma hanno poi scoperto l’ebbrezza di scrivere un post o un commento. Un fenomeno – quello dei social – che in altri paesi ha giocato (e gioca) un ruolo fondamentale nel progresso sociale, ma che da noi (salvo rare eccezioni) serve soprattutto a dare voce non alla rabbia, all’indignazione, alla protesta, ma all’esibizionismo più becero e a un timido risveglio delle coscienze. “A scuola, in cucina, al ristorante, in metro, in macchina, in autostrada, a letto, perfino in bagno. Ogni giorno al mondo vengono postate su Facebook 200 milioni di foto, 80 milioni vengono condivise su Instagram e 250 milioni trasmesse via WhatsApp. Insomma la nostra vita è tutta un selfie”, scrive oggi su Repubblica Marino Niola. Per restare nel “virtuale” ben descritto dal noto antropologo nel suo articolo, se si facesse un selfie a questa comunità, l’immagine che ne uscirebbe sarebbe soltanto quella del sindaco Panza sorridente con la bocca deformata in un ghigno di soddisfazione. Mentre invece la fotografia “reale” ci direbbe tutt’altro e cioè che in questi sette anni di “cura” panziana, il paese non è cambiato, l’unica trasformazione, che per molti è paragonabile a una vera e propria rivoluzione, riguarda la comunicazione e soprattutto la propaganda. La fotografia di un paese svogliato, di un paese che percepisce una realtà sì virtuale ma che rischia di diventare vera in quanto condivisa da molti. È tutta in questa “rivoluzione dell’accesso” il dissenso, la critica, la protesta a Guardia: accesso a mezzi di comunicazione ormai primari ancorché usati con metodi primitivi. Una rivoluzione che contiene aspetti certamente positivi, ma anche molte conseguenze negative, o comunque di grande (e drammatico) impatto. Oggi, più della piazza, contano i like e le condivisioni. Perché mentre si accettano in maniera definitiva e bipartisan i più indecenti conflitti d’interesse, mentre si dice che non ci sono i soldi per assicurare la tutela del territorio, per riscattare una comunità e i suoi giovani avvelenati e mazziati, si, vi stupirà, ma in calce alla esternazione del pataccaro convertito alla bellezza un tanto al metro, si possono scoprire, sotto la foto di un improbabile albero di Natale, ben 500 “mi piace” e leggere decine di commenti. Questa è l’immagine che prevale su tutte le altre. Un paese inconsapevole del fatto che, dietro il “virtuale”, spesso c’è il vuoto o, peggio, uno scoglio su cui sfracellarsi.

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