Guardia Sanframondi: “Gli scheletri si muovono negli armadi”

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Ogni comunità ha bisogno di essere raccontata. Soprattutto Guardia, dove il racconto si è fermato, per costruire propagande. Un bisogno di racconto, che alla fine è bisogno di verità. Non di slogan. Noi, che siamo gente semplice, pendiamo sempre dalle labbra dei competenti, che la sanno più lunga di noi. Siamo persone semplici, funzionalmente analfabete, ovvero che non siamo in grado di capire quel che leggiamo e scriviamo correttamente. Solo che certe volte non riusciamo proprio a capire. Perché, girala come vuoi, la puzza di bruciato la sentiamo, sempre, ovunque. Se, ad esempio, giriamo per il paese, non possiamo non accorgerci di un fenomeno massiccio, pervasivo, esagerato: la schiacciante prevalenza della mangiatoia. Ma non intesa come luoghi del cibo che pure spuntano come funghi: infatti, appena chiude un negozio, spunta subito al suo posto uno spaccio di mangime e tisane alcooliche. Ma perché qui è tutto un magna-magna. Qui si mangia. Si mangia sul (poco) lavoro. Si mangia sull’economia. Sull’agricoltura. Sulla salute. Sul bisogno. Sui giovani… Su tutto. È tutto una bella festa, un bel mercato. Qui tutto è bello, qui tutto è grato. Guardia è questo. La politica è questa. Il Comune è questo. È teatro. È bazar. È un grande mercato dove i cittadini si vanno ad approvvigionare. In Comune trovi di tutto e nasce come un ufficio acquisti centralizzato, un po’ come la renziana Consip, per assicurare al cittadino le migliori opportunità. È, in pratica, un mercato. C’è tutto. C’è il senso di questa storia di politica e affari, di faccendieri e amici di famiglia, di padri e figli. È la grande madre di tutti gli appalti, il Comune. Non è una nostra invenzione. C’è, esiste. Non è solo una casualità. Tanto qui non si fanno processi. Qui il Comune è un canovaccio della commedia dell’arte. Attira personaggi in cerca di fortuna. C’è l’imprenditore che bazzica fin da giovane il sottobosco della politica nostrana. C’è il facilitatore, che dopo una carriera seduto davanti ai bar si ricicla come burocrate. C’è il pettegolo, che un po’ millanta e troppo parla. C’è il maestro di pozioni magiche e di ricette rigenerative. C’è il giovane che ha perso la sua fortuna, ma continua a giocare d’azzardo. E su tutti c’è il vecchio Pantalone che non ha avuto il buon senso di farsi da parte, e se ne sbatte delle malelingue. Inafferrabile più del mercurio, nato solo per auto contemplarsi e non per sottoporsi, come ogni politico, al giudizio del prossimo che disprezza con tutta l’anima. La maschera è la sua natura. E il suo ego smisurato lo porta a isolarsi in una torre d’avorio, attrezzata di laghetto per camminare sulle acque, parlarsi allo specchio dandosi del lei. Non si sa ancora cosa accadrà quando su questa commedia strapaesana calerà il sipario: ma il sipario prima o poi calerà. E, come sempre accade, le maschere cadranno e altre maschere verranno a sostituire le vecchie maschere, perché nella commedia dell’arte non si rottama mai. Il sospetto è che la prossima puntata potrebbe scriverla Gogol, come nella storia dell’”Ispettore generale”: “In un paesotto tutti sono preoccupati dall’arrivo di un revisore inviato dalla capitale per spulciare i bilanci dei notabili del posto. Qualcuno dice che sia già in piazza. Ma c’è un equivoco. L’ispettore non è l’ispettore. È un giovanotto squattrinato che si fa servire e riverire e ne approfitta per campare a scrocco”. È il potere della paura. La paura che gli scheletri escano finalmente dagli armadi. Incrociamo le dita. Benvenuti a Guardia, terra di commedie, tradizioni, cultura e… armadi.

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