Le prossime elezioni, tradotte in lingua italiana

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Fatti recenti, tradotti in lingua italiana, serviranno per capire o confermare due o tre cose: da una parte l’uniformità assoluta e deprimente del potere politico, mediatico e culturale italiano (ed europeo), dove non esistono centri né sinistre, moderati né progressisti, equidistanti e militanti. E dove non cambia mai nulla. Con Matteo Renzi che è tornato ed è sempre lo stesso Renzi. Anche se adesso non dice più solo “io”, adesso allarga le braccia e sorride con un “noi”, ma è un plurale maiestatis, come un sovrano, un re, un papa o uno che chiama gli altri solo per fare numero. E dall’altro una linea vagamente comune per riunificare un centro-destra, che nel frattempo potrebbe perfino vincere. Ma non ha capo né coda. Spiace dirlo pensando anche a chi in Forza Italia continua con una certa coerenza e un certo decoro a esprimere una linea che nulla ha a che vedere con le tresche berlusconiane. A che pro allearsi in queste condizioni? Per far cosa, per durare quanto, per illudere chi? Del primo c’è poco da dire, dicono già tutto loro, ed è uno spettacolo penoso vedere una democrazia dove tutti la pensano allo stesso modo, stanno dalla stessa parte, senza con questo essere uniti e solidali. Un’uniformità che fino a prova contraria in Italia è al potere. Non tutta e non da sola. Ma è al potere non solo perché guida il governo ma anche perché veicola e pervade i giudizi, i codici, le inclinazioni della nostra società. Poi c’è il Movimento Cinque Stelle che le prossime elezioni le vuole perdere. Forse perché sono finiti i tempi in cui vincere era l’unica cosa che contava. Sembra abbia perso quel suo carattere popolare; ha deciso di non forzare violentemente una nazione stremata da anni di crisi e senza un’identità politica che unisse, ed ha seguito la strada maestra del democratico cristiano. E chi poteva essere il miglior simbolo di questa inversione, rispetto alle origini, se non Luigino Di Maio? Meglio un viso dolce da figlio, nipote o genero per bene, che possa rassicurare i nonni ed i genitori del fatto che, in fondo, questi rivoluzionari del movimento, son bravi ragazzi. Un democristiano fatto e rifinito; che porterebbe il movimento ad agganciare quella parte di elettori, anziani per lo più, intimoriti da tanta violenza verbale e da tantissima veemenza politica. Ma il problema non è solo prendere voti, è anche cosa farne. È infine c’è l’abominevole sistema dell’informazione in Italia. Sia nella carta stampata, sia in quello televisivo. Dove la parola d’ordine è sempre quella dell’uniformità assoluta che se la canta e se la suona. In conclusione, tutti recitano il loro discorso d’investitura. Renzi, Di Maio, Salvini/Berlusconi già parlano da premier. Poi nella realtà, succede che nel nostro sistema non si elegge nessun premier; che dalle urne non uscirà nessuna maggioranza compatta per formare un governo; che per intrattenere gli italiani si ripiegherà con i soliti inciuci, con Gentiloni o un Nessuno sbucato dal nulla e magari si andrà presto a rivotare. E agli italiani si dirà: sciocchini, eravate su Scherzi a parte.

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