Per una moratoria sui politici nei talk-show televisivi

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Da tre anni a questa parte i talk-show televisivi dedicati alla politica sono diventati uno spettacolo imperdibile soprattutto perché esprimono un panorama desolato, tutto il drammatico disastro del Paese nel suo insieme. Uno spettacolo drammatico se lo si guarda con occhi che vanno al di là dello schermo. Rappresentano lo scempio di un Paese che non sa più farsi domande e che le risposte le trova mettendo la croce sulla casella indicata dalla narrazione mediatica. Non è la situazione che rattrista, ma il fatto che non si voglia prenderne atto. Il talk show è morto, ormai è solo un dialogo tra sordi. Eppure, a giudicare dai palinsesti televisivi, è più vivo che mai. Perché? Semplice: costa poco. I politici intervengono gratis, per esibizionismo o perché pensano di trarne vantaggio. Gli ospiti non politici in pochi sono retribuiti. I parlamentari (soprattutto i renziani) lo fanno per mestiere, trascorrono più serate negli studi televisivi che a casa propria. Gli stessi meccanismi del talk show da tempo sono diventati senso comune. Oggi tutti conoscono i trucchi della telecamera e della prevaricazione discorsiva. Tutto è diventato maniera, professionismo della retorica pubblica, recitativo, commedia dell’arte con le maschere del buono, del cattivo, dell’idiota, del potente. Ruoli quasi sempre già assegnati in anticipo, che sono sempre gli stessi a interpretare. L’unica loro vera abilità rimasta è quella di mentire usando il gergo anglofilo adattissimo proprio alla vendita di fumo, confermando ciò che sosteneva Garcia Marques cioè che se non hai nulla da dire lo dici in inglese. La ripetitività ha annullato l’ascolto fino alla sordità assoluta. Al punto che oggi sarebbe auspicabile una moratoria dei talk-show in tv. Una moratoria soprattutto dei politici in tv e di una politica senza politica. Perché è sotto gli occhi di tutti che la politica è morta e la sua morte ha prodotto soltanto delle imitazioni, delle surroghe soltanto in televisione e nei talk-show dedicati appunto alla politica. Al punto che si parla esplicitamente di “degenerazione dei talk-show”, una sorta di punto di non ritorno, a meno che siano tempestivamente trovati mezzi e modalità di correzione radicali come ad esempio, come scriveva Aldo Grasso sul corriere, il far pagare ai vari partecipanti ai talk-show, una vera e propria tariffa che aumenta in proporzione alle ore che passano in video. Come non essere d’accordo? I telespettatori non ne possono più: hanno le tasche e le orecchie piene di urla, insulti e frasi sconclusionate; tanto più che nella nostra televisione il genere praticato è proprio il talk-show e gli effetti sono ormai giunti alla degenerazione (sempre la stessa compagnia di giro, impossibilità di approfondire un qualsiasi concetto, propensione alla lite per conquistare visibilità). Dunque, un bel tariffario innanzitutto agli invitati politici. Ma non soltanto ai politici, anche se la preponderanza degli introiti deriverà ovviamente dai politicanti sempre in scena per sette giorni (e notti) di seguito, con un ulteriore nota negativa, che sono sempre gli stessi, componenti di un’unica, deprimente compagnia di giro che ha capito una sola cosa: che il talk serve soltanto al politico per restare nel circuito delle persone conosciute. Mostrarsi, farsi conoscere e fare politica sono perciò le tre vie di marcia che seguono i tanti, troppi, rappresentanti di partiti che danno spettacolo in televisione. Uno spettacolo “forse unico al mondo dato che in questa Italia i partiti non ci sono più, sono morti e defunti e, almeno in teoria, non dovrebbero esistere i loro rappresentanti, a meno che non ci sia l’ospitata nel talk che produce una sorta di resurrezione dal regno dei morti (la politica, appunto) ma in peggio, molto in peggio, degna di un film dell’orrore”.

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