“È ora di dare la parola agli italiani”. Dare la parola a chi?

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“È ora di dare la parola agli italiani”, è il mantra pronunciato in queste ore da quasi tutti i leader politici. Ma dare la parola a chi? Come se ogni italiano fosse eguale all’altro italiano. Come se oggi in Italia non sapesse tutto di muffa. Se mai servisse un buon motivo per decidere cosa è meglio tra andare presto al voto o continuare a galleggiare appesi al governo Gentiloni, si può fare un salto a Madrid e guardarsi attorno. Basterebbe solo questo, più dei destini personali di Renzi, Grillo, Berlusconi e cespugli vari, a certificare che non si può perdere altro tempo con governi provvisori. Ma la domanda resta: dare la parola a chi? Se non abbiamo novità illuminanti, tali da farci leggere il mondo con un bel paio di occhiali nuovi. L’aria è da requiem, e all’orizzonte non si vede un Mozart. Dare la parola a chi? Ai ragazzi che leggono il “Corriere dello Sport” e solo quello? A chi non legge nulla e non sa nulla di nulla? A chi ama la televisione la più trash (o quella che non la finisce di vivisezionare la cronaca nera)? All’oligarchia dei follower? Alla democrazia di massa, divenuta un racconto talmente fasullo, talmente inconcludente, talmente privo di contenuti reali; con politici incompetenti capaci solo di twittare, postare ossessivamente, sbertucciandosi l’un l’altro in diatribe senza fine che poi rimbalzano e controrimbalzano nei circa cinquanta talk show delle reti televisive, per cui anche il cittadino che abbia la voglia e la pazienza di seguire la politica nazionale finisce per non capirci più nulla? Dare la parola a chi? Agli inseguitori di pance sui social? All’elettore-consumatore, un tempo indignato e rumoroso, che oggi si adegua e si omologa serenamente? Dare la parola a chi? A una narrazione talmente fasulla fatta solo di slogan ripetuti ossessivamente tra una comparsata da Fabio Fazio e una dalla Gruber, di frasi fatte e di politici cialtroni e irreali? L’Italia non esiste per loro, e tantomeno gli italiani in quanto tali. Dare la parola a chi? Se un buco nero ha risucchiato sia la destra sia il centro che la sinistra, mischiandole in una gigantesca centrifuga. Se l’informazione è definitivamente morta. Defunta. Umiliata. Usurata dal tempo e assuefatta al potere. Incapace di essere credibile e performante: un’informazione incapace persino di ascoltare il primo vero tocco di campana a morto. Dare la parola a chi? Se il mondo cambia come un cavallo pazzo spronato dalla tecnologia, dalla finanza, e noi non riusciamo a stargli dietro neanche con lo sguardo. Dare la parola a chi? Se i fatti di ieri sera in piazza San Carlo sono un nostro nuovo primato: il terrorismo senza terroristi. Se dopo i mille feriti mille per il germe del terrore di attentati col quale ormai evidentemente viviamo, c’è chi se la prende con l’amministrazione per come ha organizzato un evento di piazza. Dare la parola a chi?

Sul serio si crede che, prima o poi, il dissenso possa diventare qualcosa di più risolutivo e, una volta per sempre, la si faccia finita con questo andazzo? Non stiamo bene. Abbiamo buttato nel cesso la nostra autonomia, la nostra libertà, la coscienza, la responsabilità. Vogliamo solamente qualcuno che ci dica come fare tutto. Qualcuno che decida per noi. Qualcuno che ci riempia di obblighi perché siamo incapaci di gestirci. Ma è davvero questo il mondo che immaginiamo? E di qualche giorno fa la notizia sui quotidiani di una inserzione di lavoro. Un’azienda torinese che richiede per un profilo specifico una laurea magistrale in ingegneria civile oppure edile; età compresa tra i 24 e i 30 anni; conoscenza corretta di un paio di lingue e mille altre cose di vario tipo. Il tutto, però, per 600euro al mese… Mentre noi qui disquisiamo di leggi elettorali.

Esagero, ma serve per farmi capire. Un popolo cosi debole a me fa più paura del rischio attentati.

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