Le primarie di cartone del Pd sannita

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Le cose stanno più o meno così. Se i numeri non fossero delle ormai proverbiali patacche, se i rilevatori di opinione locali non fossero dei mercenari senza scrupoli, potrebbe rivestire un certo interesse l’analisi delle motivazioni che hanno animato gli “elettori” alle primarie del Pd a Benevento e in provincia, sia pure inferiore a quello che riserveremmo per talenti certamente più promettenti dei candidati, tanta è la distanza siderale che separa le loro contese, le loro promesse e le loro ambizioni dalla vita reale di un territorio abbandonato a se stesso. A sorprendere sono, come sempre accade, i toni trionfalisti dei vertici sanniti del Pd. E la retorica trionfalistica la lasciamo volentieri a chi legittimamente la diffonde, e a chi ha voglia di crederci. Ad esempio, al coordinatore del Partito democratico di Benevento, Giovanni De Lorenzo, il quale addirittura afferma che: “L’alta affluenza registrata  alle Primarie del Partito Democratico svoltesi all’Hotel President dimostra che il partito è vivo e ben radicato in città”. Toni trionfalistici, appunto. Solo che in realtà il Pd ha perso 6000 voti (un calo del 27%). Con addirittura un tracollo nel capoluogo (meno 58% rispetto al 2016). D’accordo, si dirà: il Pd è l’unico a fare le primarie e ad avere una parvenza di organizzazione sul territorio e ad offrire ai suoi iscritti e militanti la contendibilità degli incarichi. Ma di parvenza si tratta, e non di altro. Perché ciò che si racconta di quel partito è plausibile solo agli ingenui. Perché non c’è nulla di più inutile delle consultazioni interne ad un partito quando è già tutto deciso, altro che dimostrazione di grande sensibilità democratica. Perché trattasi di iniziativa che si potrebbe definire privatistica, una sorta di gioco senza capo né coda. Perché tutti sapevamo che il bulletto di Rignano sarebbe stato rieletto con plebiscito bulgaro, che l’algido Orlando prestava servizio solo come testimone e il naif Emiliano fungeva da garzone per dare una mano di colore. La vittoria di Matteo Renzi era scontata come il giorno che segue la notte. Comunque al di là’ dei numeri, resta il fatto che il partito occupa militarmente il Sannio con l’appoggio di una cerchia tenuta insieme da interessi privati, arrivismo e fidelizzazione intorno a delle leadership vergognosamente incapaci; che sperano di trarre rassicurazioni e vantaggi anche solo emotivi e psicologici, dall’appartenenza, dall’essere riconosciuti e ammessi al clan e ai benefici che ne derivano. Non c’è da avere indulgenza neppure per quella nomenclatura, fatta di amministratori locali, di quel pulviscolo di piccoli interessi periferici, non poi troppo dissimili dal “mondo di mezzo” sannita, andata a votare per guadagnarci qualcosa. Ma perfino quelli, si direbbe, visti i numeri, hanno preferito al plebiscito la gita fuori porta per godersi un po’ di sole.

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