Quando la politica è spettacolo

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C’era una volta la politica. Ora, in Italia, c’è lo spettacolo e basta. Già, perché la politica per rendersi accattivante si trasforma. Un gelato alla crema e un abito da cocktail diventano essi stessi la politica. Hashtag e tweet si rincorrono sulla Rete per narrare un’estasi collettiva di cui vi è scarsa traccia nella realtà. È l’ora della politica dei cazzari. L’ora della politica dei selfie, degli hashtag, delle slide e delle linee-guida. La politica-spettacolo dell’Italia parolaia e renzista un’altra volta in piedi anzi seduta, forte, fiera e compatta come non mai. La politica della supercazzola è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola e accende i cuori: vincere! E twitteremo! Ci sono le primarie, popolo renziano, corri alle poltrone e agli iPhone e dimostra la tua viltà, il tuo servaggio, il tuo sedere! Figli della Leopolda di ultima generazione. Che ricordano il mondo dei paninari. Già, perché oggi c’è un’idea della spettacolarizzazione della politica un po’ figlia di quegli anni. Prendete, ad esempio, Alessandra Moretti, la regina delle gaffe, da Bersani a Renzi, dallo “stile ladylike” fino a Strasburgo e ora di nuovo in Veneto consigliera regionale in quota Pd, una carriera da ridere: “Renzi è egocentrico e anche maschilista. Chi è più bello tra Renzi e Bersani? Bersani tutta la vita! Ma avete visto le foto di Bersani da giovane quando aveva i capelli fluenti? Somiglia a Cary Grant, un possibile attore, e poi è alto e con le spalle larghe. Non c’è paragone con Renzi…”. Ma ora è tutto passato. Oggi l’ex deputata dem, renziana della seconda ora, convinta d’esser il fenomeno che non è, va dalla Gruber e accusa: “…a Roma siamo in emergenza sanitaria. Ci sono ratti ovunque. È morto un bambino di due anni perché è stato morso da un topo“. Ma quale topo! In realtà, come riporta “Il Fatto”, il bambino morso da un ratto ha tre anni e mezzo, come denunciato dal ministro Lorenzin in una lettera al Messaggero, e non è certamente morto. Allora qual è il punto? Il punto è che la politica ha perso i suoi codici, è diventata irriconoscibile. Sia chiaro, oggi la politica-spettacolo e popolarizzata si fa soprattutto nei talk-show, ci mostra donne e uomini politici in mille versioni più o meno rilassate, divertenti, private e intime. Si distribuiscono gelati e si può fare una conferenza stampa in veste di ministro presentandoti con l’aspetto – voluto – di una diva del cinema. D’altro canto, lo stesso ex premier a quelle conferenze stampa non divertiva gli astanti con intermezzi cabarettistici? La cifra, dunque, oggi è lo spettacolo. C’è la politica-spettacolo nella versione Maria Elena Boschi, definita “la più bella di tutte” – su una rivista di gossip compiacente che si è lanciata in didascalie da Istituto Luce con sprezzo del ridicolo –; quella rassicurante, il racconto popolare della ragazza brava e bella, Marianna Madia, graziosa, modesta, ma decisa nel suo eloquio da ragazzina che i compiti a casa li fa (magari facendo copia-incolla), sorridente quanto basta, inanellando una serie di considerazioni tra il semplicistico e il banale che tantissime altre giovani donne come lei, che però non sono ministro, potrebbero cucire assieme. Sempre donne, mi si dirà. Purtroppo la dimensione spettacolare della politica è stata affidata da Renzi in questi tre anni soprattutto a loro; dopo di lui, naturalmente. E che cosa ci rimane di questi tre anni? Un’immagine popolare ben confezionata e la finzione che un po’ di dedizione e un po’ di entusiasmo siano sufficienti a svolgere un ruolo che impensierirebbe seriamente qualunque persona consapevole. Perché alla fine è così, oggi in Italia la comunicazione politica essenzialmente comunica spettacolo e rimane soprattutto il messaggio “noi siamo i giovani” e per questo faremo cose mirabolanti. Sono giovani e bravi, bravi perché lo dicono loro, con un super-io così piccolo che ritengono di poter fare e soprattutto di aver diritto di fare qualunque cosa. E se lo dicono tra di loro e lo dicono al mondo, sui social, dove si raccontano impegnati nella loro corsa e con entusiasmo annunciano la buona novella. La comunicazione politica di oggi comunica l’esistenza di un potere, un potere rock che solo i gufi non capiscono e soprattutto non capiscono a cosa possa servire.

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