Floriano Panza ha ragione

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Quando uno ha ragione da vendere, se davvero ne ha da vendere, gliela devi dare, mica puoi starla a menare col solito gnègnè. Non suonerebbe dignitoso. E stavolta Floriano ce l’ha. Ce l’ha quando dice che “non si può parlare di una cosa che non si conosce”, i “Nostri” Riti, diventati il simbolo savianesco sapiente e saputo. Ce l’ha quando ne denuncia la figuraccia di tal Gimmo, esibita sulla pelle di centinaia di flagellanti. Ce l’ha quando punta l’indice benevolo sull’antropologo adottato, per il quale “i flagellanti ed i battenti esteriorizzano la loro penitenza nell’anonimato e nel riserbo più stretti”. Ce l’ha nel sostenere che tal Gimmo ha mandato un messaggio devastante. Ben detto. Ma forse in questo mare magnum di ragionamenti sopra le parole, di dottori nel tempio o di denigratori, a muovere Floriano è solo un attraente desiderio inconscio, come uno stato di necessità primordiale, chissà. Sta di fatto che a quelle parole di carta e di buio, senza catene alla penna, forse non c’è solo bisogno di rigetto. Chiunque in questa comunità ci faccia dimenticare il tempo trascorso ad essere guardiesi proprio mentre ci ricorda cosa significhi esserlo, ha vinto. E Floriano, ha vinto. Ha vinto, e a farlo vincere è stato chi in questi giorni ha sollecitato a gran voce sui social una risposta “istituzionale”. Ha vinto nelle paginate sui giornali. Ha vinto nel cuore e nella pancia dei guardiesi, ha vinto sul tempo; ha generato fede e tradizione nei cittadini ben più di ogni sermone, ahimè, ha fatto epoca e generazione. “Nella processione guardiese esiste l’inchino, ovvero la genuflessione, ma riguarda figuranti, penitenti e popolo che esegue spontaneamente il nobile gesto di umiltà al passaggio dell’immagine dell’Assunta”. Parole che trionfano nell’anima del guardiese più duro che c’è. Più di una laicissima formula d’esorcismo ideologico, più di un pippone integralista, ben più di ogni teoria sociologica e di ogni rendez-vous settennale tra intellettuali. Se poi in una pagina scarsa c’è anche il coraggio di affrontare le virtù, i vizi ed i guai di questa terra, infilandoci in mezzo amici antropologi e vescovi, allora tanto di cappello. Chapeau! Perché in definitiva Floriano in quella mezza paginata Urbe et Orbi inietta positività e serenità a questo corpo morto, frigido, insensibile che è questo paese; nell’epoca del trasformismo e dell’opportunismo da un nome alle cose, nell’epoca del dinamismo va a scovare le nostre memorie e le evidenzia. Ha vinto, perché in definitiva, è quello che ci aspetta l’anno prossimo. Fede e tradizione farsi folklore. Serenamente, semplicemente. Ho voglia di ridere o piangere, magari asciugandomi un paio di lacrimucce salatissime, ma ho voglia di farlo… e spero che in questo paese ci sia ancora qualcuno che voglia farlo…

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