La fuga

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Sarà che adesso non ho più tanta voglia di immaginare o di scommettere e so che non ha senso bestemmiare. Sarà che il ricco pensionato del mio paese, orbo ma sempre in orbita, non ti ispira più e non sai più se ridere o piangere, e vedi solo quanto stronzo è. Sarà che vorresti che qualcuno in questo paese raccontasse un’altra storia, senza troppe illusioni, ma che arrivasse dritta all’anima dei suoi abitanti. Sarà per tutto questo che in un pomeriggio ferragostano, piovoso e con poca luce, ti ricavi un’ora di tempo tutto per te, e ti metti a leggere un libro sulla generazione perduta. E mentre sfogli il libro, segui le parole, ti perdi nella narrazione, ti ci riconosci. E la storia, che poi è anche la storia tua, l’autore la fa partire più o meno così: “Diffida sempre di chi non ama la vita/diffida sempre di chi ama il denaro/diffida sempre di chi ama Dio e non l’umano/diffida sempre di chi non ama”. E mentre sfogli il libro, segui le parole, ti perdi nella narrazione, ti riconosci nella generazione di interdetti, quella riportata nel libro, quella “a cui Dio ha donato il talento”, ma non ha mai perdonato la mancanza di cinismo. Il cui torto è di aver creduto in un futuro migliore, senza sporcarsi le mani di “sangue e vendetta”. Una generazione che, come Ulisse, pensava di “rimettere tutto a posto senza ammazzare i proci”, anzi li perdonava, anzi concedeva loro una seconda possibilità e finiva per allevare tanti Telemaco spietati che disprezzano l’umanità del padre. E mentre sfogli le pagine, segui le parole, ti perdi nella narrazione, pensi al risveglio amaro: niente è più come lo stavi sognando, niente di ciò che avevi imparato serve più. L’unica soluzione concepibile è la fuga, una qualsiasi fuga, basta che sia fuga, “da cimice che non vuole più morire di naftalina”. Fuga e ricerca di un rifugio, perché quando scappi da qualche parte devi andare. Fuga allora, fuga dai venditori di parole, fuga dai quarti d’ora di celebrità, meglio stare fuori, “anche se non mi piace chi sta fuori”. Fuga dalle piazze virtuali, dalla politica. Dormire, sognare forse. “Ninna nanna, ninna nanna. “Duorm nun te scetà. Vid’ o bianc’ contr’ o nir’ p’ogn’ terra nu confin’ sient’ accidere pe’ nient’ n’omm onest’ e nu fetent’”. Certe volte me lo chiedo dove la strada è deragliata, in quale incrocio mi sono perso e se ho sbagliato qualcosa. Pazienza, ci vuole pazienza, suggerisce l’autore napoletano. Niente vittimismo, nessuna nostalgia. Questo libro fatto di parole è lo sguardo sincero su questo tempo incancrenito dai troppi imbroglioni. È qualcosa di vero sul vero. Sta qui. Non da qualche parte. Sta qui, dove sto io.

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