“Chiacchiere e tabacchere e’ lignamm o’ Banco ‘e Napule nun ne ‘mpegna!”

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Cosa vuol dire oggi essere guardiesi? Vuol dire appartenere a una storia, un popolo e un’identità forte benché oggi volutamente sommersa. Vuol dire una spiccata “personalità” originaria, con un forte timbro di appartenenza e, volendo essere cosmopolita come F.P., diremmo un brand tra i più significativi del territorio. Appartenenza a una identità comune, quindi. Quella che oggi, checché se ne dica, nessuno rappresenta a livello mediatico e culturale. La massa critica all’attuale classe dirigente, definita impropriamente “opposizione”, poi, non ha una linea politica alternativa dichiarata. Ma sostiene la politica di chi dice nì, la politica degli atteggiamenti e dei distinguo. La gente si chiede come mai. Forse perché nonostante la disfatta sperava ci fosse la volontà di costruire un’alternativa? Invece non si capisce nulla, né dentro l’istituzione Comune né fuori. I suoi interlocutori a volte sono opposizione a volte sembra sostengano l’operato dell’amministrazione. E in questa tensione, in questa domanda di politica la gente non trova rappresentanza. Nessuna ricetta alternativa. Siam sempre lì: alla presunta montagna che partorisce un topolino. Alla massa critica che ogni tanto abbaia, ma che non morde mai e alla fine obbedisce puntualmente al “Caro” F.P. La solita massa critica effimera e moderata, che gioca ancora a turarsi il naso. Ovviamente anch’essa griffata politically correct e doppiamente colpevole, perché si riduce a stampella connivente di F.P. Finge di contrastarlo ma, con la scusa sempiterna del “condizionarne le scelte combattendo dall’interno”, non è che l’innocuo cavallo di Troia del panzismo. Sono deluso, amareggiato. A Guardia si poteva vincere, e valeva la pena quantomeno provarci, ma ho l’impressione che sarebbe stato troppo rischioso o peggio ancora stancante: meglio tornare all’ovile, quindi, giocando inizialmente ai ribelli per poi agitare lo spauracchio del “la gente non ci ha voluto”. E non è nemmeno colpa loro: è che l’intero sistema Guardia si è addormentato. Colpa di F.P.? Sicuramente, sì! Perché F.P. si è trovato come l’uomo vitruviano, al centro del cerchio di un sistema politico e sociale che tende a fare quadrato intorno a lui. Dura immaginare un alternativa con chi, un giorno vuole costruire un’alternativa e il giorno dopo sostiene che è inutile. Qualcuno mi rimprovera di essere un solista, o peggio ancora un disfattista, un fissato. E probabilmente è vero! Ho sempre fatto così. Tuttavia mi sento coerente e libero. Non rimpiango nulla. Sono e resto un cittadino di questa comunità. Ed essere guardiesi dovrebbe voler dire una comunità libera nel pensiero, libera, appunto, dall’appartenenza. Invece c’è chi ancora pensa sia meglio appartenere, far parte di un gruppo, un accogliente e soccorrevole gruppo, pronto ad esserci quando ne abbiamo bisogno. Il gruppo dei cosiddetti “panzaioli”, per intenderci. Quasi non sapesse che quando uno entra a far parte di quel gruppo, è il gruppo con i suoi scopi e le sue intenzioni esplicite che lo posseggono. Sì, lo posseggono. E a quel gruppo, scopo e intenzioni deve dare conto, se vuole continuare ad accedere ai vantaggi che l’appartenere a quel gruppo dà. Ed è qui che si evidenzia con tutta la sua forza cos’è l’appartenenza in questo paese. Qualcosa che piega la ragione, che distorce i pensieri, che cancella i fatti, i ricordi e che non ci si può permettere di trascurare, non solo quando si pensa ma, soprattutto, quando si parla, quando si sostiene una causa antagonista. Quale rotta sta prendendo Guardia? Da un verso è un paese che, come detto, ubbidisce al politically correct e al nuovo conformismo imposto da F.P., dall’altro è un paese che in assenza di politica e di vere alternative sta lasciando a un gruppo dirigente venuto dal nulla un potere enorme, senza contrappesi. Un gruppo capeggiato da un moralista a corrente alternata, acrobata della politica, abilissimo e incredibilmente zeppo di consensi: che conosce la musica delle parole, i buffetti e le sberle da rifilare a quei nemici con i quali, tuttavia, si può sempre fare pace se conviene. Un falso moralista oggi renziano, ma domani chissà. E tutta la sua vita è una commedia senza fine di furbizie e stratagemmi, trionfi localistici e vaghe ambizioni nazionali, interpretati da uno che ha sempre usato la politica come un taxi: come compagna di ventura, come feudo munito di ponte levatoio. Inazione. Inerzia. Ha trasformato la comunità guardiese in un permanente dormitorio, nessun investimento degno di questo nome, nessuna idea, se non quella di candidarla per un fittizio riconoscimento Unesco. Ma una straordinaria, istrionica, capacità di tenersi comunque in piedi, con un rigore d’armonie acrobatiche, e poi con sortilegi, magie, sogni, reliquie. Che parla come la strada chiede. Immancabilmente circondato da yesman: sempre gli stessi. Sempre lo stesso “clan”. Problemi loro. Perché qui si va oltre il tradizionale servilismo del Franza o Spagna purché se magna. Si va verso atteggiamenti che fanno capire quanto il cittadino guardiese stia ritornando plebe, la plebe che pensa solo allo stomaco e il suo orizzonte non supera la cena della sera. E oggi ha un’idea sempre più calcistica della politica. A prescindere da cosa faccia la classe dirigente al potere. Come se la politica fosse la Juve, e pazienza se ieri c’era Del Piero e oggi Pogba. E si potrebbe continuare ad libitum. Lo ripeterò fino alla noia: non facciamoci ingannare, Guardia è una comunità svuotata. E quando il futuro di una comunità si svuota, allora non resta che rovesciare la clessidra e riempirla di futuro. Riprendere a vivere, ripartendo proprio dalle risorse del passato che si fanno futuro. Oggi manca il coraggio di osare, il coraggio di valorizzare meriti e meritevoli, il coraggio delle proprie idee. Solo poche, deboli, tracce, che mostrano in molti casi di essere inadeguate. Pochi spiragli positivi per la comunità. Da dove ripartire? Il primo vero punto di partenza è quella parte di cittadini che è ancora in sintonia con istanze, temi e valori comuni. Che antepone la tutela della propria comunità all’arroganza senza limiti e senza filtri di quella dittatura dei parassiti che si alimenta del pessimismo dei liberi produttivi, persone che lavorano, che producono, che mandano avanti l’economia di questo disgraziato paese e a cui viene rubata la speranza in un futuro migliore, il cittadino che ancora reputa la bellezza di questa comunità un valore e un motivo di fierezza, non un mezzo per accrescere il proprio ego.

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