Perché spara cazzate?

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Scemo non è, e ci dev’essere un motivo se spara cazzate. Non la difficoltà di riprendere per il culo i cittadini, non quella di riprendersi la scena (da oltre quarant’anni è sul proscenio, e non intende abbandonarlo), non di abbattere il dissenso interno (non è mai stato un problema), non di ritornare il simpaticone di un tempo (non lo è mai stato), non dunque la politica (ne detiene l’esclusiva e non gliene può fregar di meno). Ma parla solo di vino (e nel vino cerca consolazione e nel vino trova nuovi motivi di conforto), parla solo di professionisti, di convegni, di convention, di gemellaggi, di eventi prossimi, futuri e immaginari, di arte e artisti (beato lui, io nemmeno quando sono arrivato al fondo di un Cantari del 2011 riesco a distinguere una crosta da un capolavoro: rassegnato e depresso che non sono altro), il suo elogio del vino fa venire voglia di birra, che almeno è un bere onesto, dalle pagine dei quotidiani esorta a bere vino locale (ben sapendo che nella vita non esiste solo il vino), ripete che sarebbe pertanto meglio, per le sorti dell’universo, consumare prodotti locali, e su questo potrei perfino essere d’accordo siccome sono un ghiottone identitario; fa tre interviste al giorno, parla soltanto con chi ha nel curriculum almeno un master alla Bocconi, dialoga con l’interlocutore solo se non è astemio e possiede qualche nozione di teologia o di agronomia o di enologia, grazie a lui, in questi anni amari, ci siamo cullati nell’idea che se fossimo rimasti disoccupati ci saremmo potuti salvare aprendo anche noi una yogurteria, o qualcosa di simile (ora il sogno si è sciolto), l’artista straniero ospite e residente (di lingua inglese), minimalista e spiritualista, viene monumentato per via della sua pretesa lealtà enologica, il suo rosso preferito lo produce lui stesso in alta quota, uve francesi, Merlot e Cabernet, lo trovi nei ristoranti raffinati così come nelle osterie alla buona (perciò sono sicuro che non ha né potrebbe avere amicizie vegane); da un po’ di tempo però si fa desiderare, il pavimento che solitamente calpesta già da qualche anno è off-limits per quelli fatti per viver come bruti e per seguire vizio ed ignoranza, per lui il posto dove risiede è ormai solo un’espressione geografica, un mero contenitore, una colonia inerte dove un cittadino che risponda “Sì, buana” si trova sempre, e dove i vecchi non sembrano più depositari di saggezza, ma sembrano solo depositari di pensioni, riceve solo per appuntamento e soltanto dopo aver avuto l’ok dal metal-detector, mette gli occhiali scuri (in realtà fotocromatici, un po’ retrò), veste elegante q.b., indossa solo cravatte rosa, si atteggia, dice che viaggia sempre a proprie spese, esibisce la ruota del pavone, vuole sembrare il ganzo degli anni d’oro; i quasi settanta, credete a me, possono diventare una brutta bestia ed esistono molti modi di guardare altrove. Occhio, signora Mary.

 

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