Il signorotto di campagna

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Il_marchese_del_grilloQuando ero ragazzo la stupidità da qualunque parte venisse mi spingeva a prendere parte, a dialogare; da quando sono a Guardia questo sentimento si è trasformato in incazzatura e poi in divertimento per lo spettacolo miserando che, pensavo, prima o poi sarebbe stato destinato a finire; adesso l’ottusità mi suscita solo sconforto perché mi rendo conto che essa è un dato morale più che intellettuale e insieme uno strumento di dominio. Possibile che in questo paese si facciano sempre gli stessi identici discorsi nonostante la prova della loro inconcludenza? Si, è perfettamente possibile perché non sono mai ragionamenti, ma rosari, responsori, ritualità che preservano gli interessi e il potere di uno solo: Sempre sia lodato et cum spirito tuo. “La tua è una critica feroce”, ripetono all’unisono come un mantra i sostenitori del signorotto di campagna, dopo l’ennesimo elogio della sua grandezza. Impietosa e feroce. No. Giusta e necessaria. Perché a Guardia sono successe (e succedono) cose scellerate. Cose scellerate eppure accolte, assai spesso con indifferenza dai miei concittadini. E mi dispiace soltanto di non essere stato negli ultimi mesi sufficientemente duro nelle mie cronache, d’aver mitigato il mio sdegno con la riflessione.

Mi sono scoppiate come uno starnuto, quelle critiche. E il fatto che certa gente le giudichi impietose, feroci, non mi preoccupa. Alle incomprensioni, ai processi, ci sono abituato. È una moda, ormai. Ma io continuerò a parlare e scrivere finché avrò fiato. L’importante è che a leggermi qualcuno finisca col ragionare e col trovare il coraggio che ora non ha.

Il signorotto è sempre stato così, senza riguardi per nessuno. Non risparmia neppure i suoi compagni di un tempo: “Alle vestali che affacciano sempre dubbi e sospetti vorrei chiedere del loro viaggio in Australia…”. Come definirlo, alla luce di siffatte affermazioni, se non l’Alberto Sordi della politica paesana. Se non soltanto un illusionista inchiodato a una narrazione di se stesso. Che preferisce lo spettacolo con le luci della ribalta, e cerca di non vedere e di non fare ciò che lo infastidisce. Come definirlo un amministratore che parla in modo così avventato? Un prepotente e un illusorio, mi verrebbe da dire. Ma dal momento che, con l’età, ho imparato a misurare le parole, dirò soltanto che si è comportato da politicante, alla stregua di tanti suoi colleghi più o meno famosi e potenti. Ma dove ci porterà il signorotto non lo sa nessuno, tanto meno i suoi sostenitori, sempre pronti a inginocchiarsi davanti a chiunque abbia un minimo di potere. Quel che è certo è che sono troppi quelli che oggi tacciono, che la pensano come me ma hanno paura di dire ciò che dico io. Che per convenienza o viltà fanno i furbi, fingono di non vedere ciò che vedono come me. Sicché il loro silenzio è lo stesso silenzio, la loro paura è la stessa paura, la loro furbizia è la stessa furbizia di chi oggi si può permettere di intimorire impunemente: “Continueremo come amministrazione a non rispondere alle tante bassezze che un sindaco ed una giunta devono purtroppo consentire a chiunque lo desideri…”, indicando agli elettori guardiesi chi obietta, chi critica, come il simbolo malvagio di chi rema contro e dice no, invece di allinearsi al servizio del potente. Chi ha sempre da ridire su quanto fa quel genio, quel martire, quel santo sceso da località Farciola per sistemare i grandi guai provocati da lui stesso. E che, diventato con l’avanzare degli anni un convinto costruttore di castelli di carta, identifica in se stesso l’unico uomo della Provvidenza in grado di trasformare Guardia nel paese di Bengodi. Sentirlo affermare sulla stampa e in Rete, non so in quale incantesimo di idiozia e di autismo, che Guardia è la comunità meglio governata, che sotto il suo regno, Guardia diventerà ricca e felice, che da noi tutto funziona a dovere, le tasse grazie a lui si vanno riducendo e che il suo compito sarà quello di portare Guardia “nel migliore contesto mondiale del vino”, e che – aggiungo io -, prima o poi, deciderà che ogni settimana sarà composta da quattro sabati e da tre domeniche.

Da qui la necessità del tentativo di rimettere al più presto insieme un mondo, un’area, un progetto politico alternativo.

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