Il compaesano in vacanza

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spiaggiaQuando sei in vacanza, non c’è niente di più frustrante che incontrare un compaesano. Magari proprio quell’entità che durante tutto l’anno analizzi e sezioni per formare un te stesso all’opposto. Organismi pluricellulari che dànno il loro peggio in ogni momento, con impegno e cognizione di causa. Che con talento rappresentano se stessi solo attraverso i difetti dell’altro. E non perché sei un asociale: anzi ti definisci una persona semplice e in genere è sufficiente che uno sconosciuto approcci dandoti del “lei” per fartelo stare simpatico, ma succede che ogni certezza crolli quando in vacanza incontri un compaesano. Niente di ciò che fa un compaesano in vacanza ti va bene. Non ti piace che sotto l’ombrellone strilli per parlare, non sopporti il suo accento marcato (la t al posto della d) e trovi aberrante che persone che fino a qualche settimana prima a malapena ti rivolgevano il saluto all’improvviso uniscono sdraio e lettini con le rispettive famiglie, condividendo piccole disavventure vacanziere e in ultima analisi ti taggano sui social network con fare cameratesco, confezionando un selfie di gruppo ad hoc con lui che fa il segno di V con l’indice e il medio. Non ti piace e ti arrovelli, mentre ti aggiorna sulle ultime vicende paesane, sull’andamento della stagione, sulla qualità della sua vigna. Non ti piace l’aneddoto sulle recenti esperienze di compravendita presso gli ambulanti da spiaggia (i classici vù cumprà) neanche fosse transitato attraverso l’esperienza “caratteristica” più straordinaria di sempre. Non sopporti le sue dita perennemente incollate allo smartphone. Non ti piace mentre apprende i rudimenti del dialetto locale quel tanto che basta per ordinare una birra, rinunciando per fortuna all’intento di far entrare nella testa della barista accaldata il concetto di aperitivo con “stuzzichino”: e elargisce mance nel piattino non tanto per spirito benefico quanto per spettacolarizzazione del proprio potere d’acquisto. Non ti piace quando lo rivedi la sera, in pizzeria, poche ore più tardi, in abbigliamento kitsch, alla moda, comunque iper-griffato (il colletto della Polo marchiata Lacoste è sollevato sulla nuca) e il monile sottopagato all’ambulante è ancora l’argomento serale. Provi invidia per tanta leggerezza, tanta nonchalance, ma poi rientri nei ranghi della tua bolla di snobismo quando lo vedi trattare i camerieri con superiorità o arroganza, se per caso la pizza è sottile o bruciacchiata.

Così il giorno dopo finisci a passeggiare sul bagnasciuga spossato, evitando chiunque, cercando qualche spunto sofisticato, ma in realtà sei più stanco di quando sei partito. Non sei nemmeno riuscito a farti invidiare dalla tua claque di Facebook, perché per opporti alle malsane abitudini generali ti sei ostinato a lasciare in camera l’iphone per tutto il soggiorno. Così, quando la sera passeggiando lungo il corso principale della località vacanziera, vedi l’ennesimo indigeno arrossato che già da lontano ti squadra, ti indica e comincia a sorridere, accelera il passo e dopo averti affiancato e osservato ben bene negli occhi, pronuncia, senza la minima inflessione interrogativa, quella parola che ti fa crollare alla prima vocale e che quasi ti piega le gambe alla seconda sillaba. Non pensi di meritarti un simile epilogo, almeno vuoi essere dignitoso nel crollo, perciò annuisci, non arretri e non ti opponi davanti alla definitiva sentenza: “guardiuolo!”.

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