Sud: o ci si salva da soli o si sprofonda in compagnia

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sud_mezzogiorno-560x313In questi giorni si parla molto di Sud. E qualcuno comincia a domandarsi: l’Italia è unita davvero? Sentendo forte la tentazione di riandare alle radici dell’unità d’Italia.

Dal Sud fuggi, sentivo ripetere da ragazzo. Ora risuona (amplificato) nelle statistiche, negli editoriali di intellettuali, nelle denunce sulla stampa, per indicare che il Sud sta sprofondando, che si vive peggio che altrove. Il Sud è da sempre considerato il luogo in cui si vive nel modo peggiore, per la mancanza di infrastrutture, insediamenti industriali, ecc… Se si tratta di un’indagine per commercialisti nulla da eccepire. Se si riferisce al Pil non c’è da discutere, i numeri sono numeri.

Oggi l’unica via d’uscita coincide con la via di fuga individuale dal Sud. Ovvero l’emigrazione intellettuale, la fuga verso altri lidi. Questo è un bene dal punto di vista soggettivo ed è un male dal punto di vista contestuale: di solito, chi parte migliora la propria vita, ma peggiora il tessuto connettivo del proprio ambiente, la famiglia, la comunità di appartenenza. La crisi economica e demografica dell’ultimo decennio che travaglia questo territorio è il coronamento di questa emorragia che rischia di dissanguare ulteriormente il Sud. Una giovane élite preparata, specializzata, che si spinge verso mete lontane, non per la miseria, ma per la delusione nei confronti di un luogo che mortifica la loro speranza, le aspettative, la capacità di sognare. I latini dicevano ad maiora. Un augurio di crescita, di sviluppo costante, di conquista di nuovi orizzonti.

Oggi, chi emerge al Sud emerge per proprio conto, individualmente, indipendentemente e nonostante il tessuto civico.

Com’è possibile allora che il pensiero di una simile diaspora, che indebolisce il sistema economico e produttivo del Mezzogiorno, non riesca a mettere in moto un cambiamento di prospettiva? Come è possibile che non si intervenga con decisione per impedire questo spreco di risorse umane? Com’è possibile che il merito continui per lo più a rimanere uno slogan da lanciare in ogni competizione elettorale davanti a un pubblico speranzoso e in buona fede? Quali orizzonti offre il Mezzogiorno che noi tutti conosciamo? Un territorio che sembra – è – bloccato, in cui la politica si avvita su se stessa e non sa trovare slancio perché i soliti noti non sanno, non vogliono incamminarsi su un sentiero inesplorato, diverso da quello che porta ai loro interessi, alle loro posizioni consolidate. Dinosauri che ingaggiano prove di forza per dimostrare di non essere ancora reperti da museo. E chissenefrega se c’è un territorio che soffre, arranca, si accascia, indebolito per la mancanza di nuova linfa, di energie nuove. E mentre perdiamo per strada pezzi importanti del nostro patrimonio umano, il Sud, la nostra politica sono chiamate a misurarsi con nuove sfide. Ma anche qui la risposta al momento è incerta. Si odono balbettii, e nessuna risposta decisa, chiara, da parte del governo Renzi. Che, anzi, invita il Sud ad evitare piagnistei.

Oggi la politica meridionale di destra come di sinistra sogna il Partito del Sud. Ma se alla gente del Mezzogiorno citi il partito del Sud pensa che vuoi riferirti al loro figlio. Perché lui è davvero partito dal Sud, come i suoi antenati. Qui parliamo di modernità avanzata ma nell’arco di vent’anni nel Mezzogiorno quasi due milioni di persone, in prevalenza ragazzi, sono partiti per altri lidi. Oltre i tanti che vanno a studiare, fare master e precariato in altre parti d’Italia. Fuga dal Sud (evidentemente non si può vivere solo di mammà e nemmeno di babà). Non più braccia lavoro ma soprattutto menti qualificate, non più valige di cartone ma trolley leggeri, niente cartoline strappalacrime ma chat su Facebook, messaggini d’addio su WhatsApp, ironici e spiritosi. Poi si torna periodicamente, grazie ai voli low cost e all’alta velocità. I cordoni ombelicali non sono spezzati, ma sono on-line tramite internet e telefonini.

Ma perché si fugge dal Sud? Perché il Sud in questi ultimi anni è sparito. È sparito dal dibattito pubblico. È sparito dalla politica. È sparito dall’agenda dei vari governi. Perché il Sud non fa rete e sistema. Finito il clientelismo pubblico, mal spesi o addirittura non spesi i fondi europei, mancando lo spirito di chi sa trasformare il luogo in risorsa, non c’è trippa e si parte. Salvarsi da soli per non sprofondare insieme; è questa la ricetta e la malattia del Sud e insieme la sua risorsa, uso singolo. Per ammortizzare le difficoltà, la disoccupazione, il Sud ha ancora in piedi la rete del familismo, a volte virtuoso a volte amorale, a volte parentale. C’è sempre la pensione del nonno per aiutare il nipote, c’è sempre uno zio imprenditore che procura un lavoro in nero. Ma non basta. Il Sud è cambiato, dicono in tanti. Sì, il Sud è cambiato e in larga parte cablato, fa addirittura meno figli, naviga su internet e si collega a Sky, dai suoi alberi spuntano cellulari più che frutti. Però poi si parte, si molla. Eppure si potrebbe fare qualcosa, restando a Sud, se si riattivasse sul serio il benedetto circuito fatto di infrastrutture, di aeroporti, nonché di agricoltura, artigianato, turismo, gastronomia, ecc. Attività in cui conta molto la bella e clemente location. Forse si può pensare ad una generazione non di emigrati né di pietrificati ma di ali tornanti, che vanno e che vengono, che imparano altrove e poi fruttificano qui, o tornano in età matura, o semplicemente riescono a vivere una doppia cittadinanza di lavoro e creativa, altrove e nel Mezzogiorno.

Intanto però il Sud deperisce, invecchia e si incarognisce nell’accidia. Fanno bene i nostri ragazzi a partire, ma il Sud così si spegne. Il Sud deve sapersi vivere e rappresentare come un mito vivente e non come un cataplasma sempre in ritardo, sempre a rimorchio del centro-nord.

O ci si salva da soli o si sprofonda in compagnia.

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