Adesso tocca a loro. Guardia adesso è “Cosa loro”

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giovani18Pensava, ingenuamente, Guardia, di non dover patire più le angosce successive al marzo 2010. Lo sperava, almeno. Ma, affidando i sogni all’Animatore del villaggio e alla sua giovane band in età senile, ha toppato per l’ennesima volta. Guardia non è certamente un angolo di paradiso. Non lo è mai stata. Però voglio bene davvero a questo cumulo di pietra pieno di storia e tradizione, anche se mi fa male vederla così. Voglio bene a Guardia anche se moralmente e intellettualmente è davvero malata, ma questo è un motivo per amarla di più. La vedo tutt’altro che perpetua e forte, la vedo fragile e assente, molto invecchiata; la vedo stanca e spaventata, la maledico, ma è una ra­gione di più per darle il mio fiato e le mie parole. Perché Guardia non è solo un Paese. Guardia è il racconto in cui sono nato. Guardia è il paesaggio che mi nutre. Guardia è il ragazzo che va al Nord. Guardia è la mia casa, è il ritorno, è l’infanzia, il cielo e la terra che mi coprirà. Ma Guardia è anche il simbolo di una quinquennale presa per i fondelli. Di una vergogna senza fine. Che offende. Vittima dell’immobilismo amministrativo e dell’arrogante strapotere del satrapo incartapecorito e arrugginito intorno alla colonna dell’autocelebrazione egocentrica e personale. Vittima del tempo dell’ottimismo ad ogni costo. Del familismo amorale, del fumo negli occhi.

Dalle schede elettorali del 31 maggio scorso il messaggio lanciato è chiaro e inequivocabile: Guardia, se vuole rinnovarsi, ha bisogno di rivoluzione, di fame di coraggio e partecipazione perché i massi da spostare sono pesanti e non bastano solo le parole per far riemergere la comunità. Servono braccia forti e menti caparbie, serve unione e compattezza. Servono giovani. Giovani che ci stanno. Giovani che combattono con vigore. Con rabbia e tenacia. Coraggio e convinzione. “Il nostro obiettivo – ha affermato uno di loro – è quello di lanciare nei prossimi cinque anni un messaggio forte, un monito alla partecipazione e al risveglio di una cittadinanza che non può più vivere nel silenzio assecondando tutte quelle azioni che hanno portato al collasso l’intera comunità.” Giovani, con la loro sete di cambiamento, giovani coraggiosi, una nuova generazione che non ci sta più! Più di uno ne è convinto: “Guardia si è rotta, ma noi, come giovani e come guardiesi, dobbiamo lavorare per ricostruirla.” Adesso tocca a loro. Guardia adesso è “Cosa loro”. Il tempo dei satrapi incartapecoriti, il tempo degli opportunisti, il mio tempo, il tempo da dare al Paese della mia infanzia, è agli sgoccioli. Sono scoccati i sessant’anni. Per me è cominciata la pubertà della vecchiaia, l’adolescenza della quarta stagione. E a sessant’anni ti senti agli albori della senilità, ed entri da cadetto nella squadra dei seniores. Ti senti rottamato, per abusare di un termine assai in voga, e nella Roma antica, ho letto da qualche parte, rottamare i sessantenni non era solo un modo di dire: i sessantenni erano da gettare dal ponte Aventino o ponte Sublicio nel Tevere (in realtà il lancio era figurato, buttavano nel fiume soltanto l’effigie del rottamato). Adesso che trasloco anch’io nella Condizione dei sessantenni, ho accolto gioiosamente un destino marginale, e dopo le ultime delusioni ho smesso ogni pretesa, anche giusta, amando sempre la verità pur senza esserne ricambiato. Non mi faccio più illusioni sul Paese in cui sono nato, so di scrivere sull’acqua. Da sessantenne gioco a carte scoperte con la sorte e aspetto il turno, paziente.

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