Lo confesso: sono sconfortato. Non al punto da perdere il sonno, perché l’età insegna a distinguere le tragedie vere dalle commedie recitate come tragedie. Ma il distacco non impedisce di chiedersi a Guardia dove stiamo andando e, soprattutto, se ci stiamo andando con le nostre gambe o se qualcuno, tra promesse e convenienze, ci stia accompagnando verso il nulla.
A Guardia Sanframondi tira un vento di adattamento e rassegnazione. La mediocrità politica sembra aver smesso di essere un incidente per diventare un metodo: prima si contribuisce a creare i problemi, poi ci si presenta come indispensabili per risolverli.
Se la politica paesana fosse uno spettacolo teatrale, avremmo già chiesto il rimborso del biglietto. Invece restiamo in sala, davanti agli stessi copioni e agli stessi protagonisti, con qualche comparsa reclutata sui social. Basta un post ben confezionato per sentirsi statisti e un reel di trenta secondi per riscrivere la storia del paese. Il circo digitale provvede agli applausi, ai fischi e alle tifoserie. La sostanza, come sempre, può attendere.
Ma i social sono soltanto il megafono di una malattia più antica: la riduzione della politica a una faccenda personale, a una contabilità di convenienze, a una gara per stabilire chi debba qualcosa a chi. Clientelismo e favoritismo, quando diventano abitudini tollerate, si travestono da normalità. Così ciò che ieri avrebbe suscitato indignazione oggi si liquida con un’alzata di spalle: “Che ci vuoi fare? È sempre stato così”. Il vero problema è convincersi che debba essere così per sempre.
A rendere questo sconforto ancora più amaro è la delusione nei confronti dei giovani entrati da poco nell’amministrazione. Da loro ci si aspetterebbero idee nuove, linguaggi diversi, il coraggio di rompere schemi consolidati e la voglia di immaginare un paese differente. Invece, ascoltandone i discorsi, si ha talvolta l’impressione che siano già vecchi: stessi ragionamenti, stesse giustificazioni, stessi riflessi di una politica che sembra incapace di rinnovarsi davvero. Non è una questione di età, ma di mentalità. Si può essere giovani anagraficamente e vecchi nel modo di pensare, soprattutto quando si finisce per ripetere le parole e i comportamenti di chi si sarebbe dovuto superare. Ed è forse questa la delusione più grande: scoprire che il ricambio delle persone non coincide necessariamente con il cambiamento delle idee.
Intanto, il paese osserva, o dovrebbe farlo. Ci indigniamo per una sera, commentiamo per un pomeriggio, mettiamo un like e poi torniamo alle nostre occupazioni, con la coscienza pulita e il pollice allenato. Abbiamo conquistato una libertà straordinaria: quella di restare soli senza accorgercene. Possiamo difendere il nostro orticello, coltivare piccole ambizioni e appassionarci alla politica, purché non diventi troppo politica. Meglio una polemica sullo smartphone che una discussione capace di mettere in discussione le nostre abitudini; meglio un nemico da additare che un problema da affrontare insieme.
È la libertà innocua del nostro tempo: poter fare molto individualmente, senza riuscire a costruire quasi nulla collettivamente. La comunità diventa una parola buona per le cerimonie e le fotografie di gruppo di sindaco e amministratori. Fuori dalla cornice, ognuno torna al proprio recinto.
Eppure Guardia Sanframondi non è priva di energie. Ci sono giovani che provano a inventare qualcosa, associazioni che resistono e persone che dedicano tempo e passione a iniziative senza tornaconti personali. Ignorarle sarebbe ingiusto. Ma queste energie, senza un progetto condiviso, restano isole separate. Serve una visione capace di restituire alla politica il suo significato più semplice e difficile: occuparsi insieme delle cose che riguardano tutti.
Chiamiamola pure ideologia, se il termine non provoca allergie. Non un catechismo da imporre, ma un insieme di principi e obiettivi riconoscibili, attorno ai quali giovani e anziani possano incontrarsi. A una condizione: noi anziani dobbiamo imparare a fare un passo indietro, senza confondere l’esperienza con il diritto permanente di spiegare agli altri come si vive. La saggezza autentica sa anche ascoltare.
La domanda, allora, non è chi abbia ragione nell’ennesima disputa paesana raccontata in un consiglio comunale, ma quale paese vogliamo essere. Quali spazi offrire ai giovani? Come sostenere le associazioni? Quali servizi, occasioni culturali e forme di partecipazione costruire? E siamo ancora capaci di discuterne senza trasformare ogni confronto in una resa dei conti?
Dovremmo smettere di confondere la rassegnazione con il realismo e il silenzio con il consenso. Un paese si impoverisce anche quando perde la capacità di immaginarsi diverso, quando ogni cittadino si convince che l’importante sia cavarsela da solo. Il successo di una politica senza respiro collettivo è proprio questo: farci credere che non esistano alternative, che siano tutti uguali e che partecipare sia inutile.
Lo confesso ancora: sono sconfortato. Ma non abbastanza da scambiare il silenzio per saggezza o l’indifferenza per distacco. Lo sconforto significa che qualcosa ci importa ancora. Da qui dovremmo ripartire: non dall’ennesima promessa o dal salvatore di turno, ma da una domanda scomoda. A Guardia siamo ancora disposti a considerarci una comunità oppure ci basta essere una somma di individui che ogni tanto si incontrano per commentare il proprio declino?
Perché il rischio non è soltanto avere una politica deludente. È abituarsi tanto alla delusione da non aspettarsi più nulla, nemmeno da noi stessi. E quando un paese arriva a questo punto, il circo può anche smontare le tende: il pubblico ha ormai imparato a recitare da solo.