“Nei paesi, chi critica il potere, chi è fuori dal coro, è l’eremita ornamentale“, dal libro “I paesi invisibili” di Anna Rizzo. È una definizione che ci è rimasta addosso. Perché nell'”eremita ornamentale” c’è qualcosa di terribilmente preciso. L’eremita è quello che vive ai margini, osserva da una certa distanza, si ostina a guardare le cose da un’angolazione diversa. Qualche volta vede ciò che gli altri non vedono. Qualche volta dice ciò che gli altri preferirebbero non sentire. E proprio per questo, purché rimanga al suo posto, può perfino essere tollerato. Anzi, esibito. Perché il paese ama i suoi eccentrici, purché siano innocui. Ama i rompiscatole quando il loro essere rompiscatole diventa una caratteristica folkloristica, una specie di elemento decorativo del paesaggio umano. L’importante è che l’eremita resti eremita: che continui a parlare dal suo angolino, a proporre, a criticare, a immaginare. Ma guai se, per errore, qualcuno dovesse prenderlo sul serio. Guai se quell’eremita dovesse smettere di essere ornamentale.

È esattamente ciò che è accaduto, ancora una volta, a Guardia Sanframondi. In questi anni abbiamo assistito a iniziative, idee, proposte e progetti che avrebbero potuto aggiungere qualcosa alla discussione sul futuro del paese. Non necessariamente soluzioni miracolose, non formule magiche, non verità rivelate. Semplicemente idee. E dunque, per la logica di certi paesi, già una faccenda sospetta.

L’ultima proposta si chiamava “Festival della Ritualità” e aveva un’ambizione persino sfacciata: trasformare Guardia in un grande teatro a cielo aperto, mettendo in relazione le tante Italie rituali, quelle delle processioni, dei pellegrinaggi, delle feste patronali, delle danze, delle musiche, delle confraternite e delle tradizioni che ogni comunità custodisce e tramanda a modo proprio. Non una sagra godereccia in più. Non l’ennesima celebrazione autoreferenziale del “borgo autentico”, del prodotto tipico, del “turismo lento”. Ma un laboratorio permanente sul patrimonio culturale immateriale italiano, capace di mettere in rete Comuni, Pro Loco, associazioni, università, studiosi e operatori turistici attorno a una domanda tutt’altro che innocente: perché le comunità continuano, ancora oggi, a custodire i propri riti? Una domanda, evidentemente, già troppo complicata.

E allora eccoci al risultato: silenzio, freddezza, noncuranza. E alla fine l’abbandono del progetto.

Non sappiamo se sia più triste il progetto che non si farà o il fatto che nessuno abbia sentito il bisogno di discuterne seriamente. Perché anche un’idea sbagliata meriterebbe, in una comunità viva, di essere contestata, criticata, smontata. Meriterebbe una risposta. Il silenzio, invece, è una cosa diversa: è il modo più economico per non assumersi neppure la responsabilità di dire no.

E noi, a questo punto, una domanda ce la poniamo: che cosa deve fare, a Guardia, chi prova a pensare diversamente?

La risposta sembra ormai scritta: può parlare, purché nessuno lo ascolti. Può proporre, purché nessuno gli chieda di realizzare. Può criticare, purché la critica rimanga confinata nella categoria rassicurante della stravaganza. Può addirittura avere ragione, purché non commetta l’imperdonabile errore di dimostrarlo. Perché a Guardia tutto viene tollerato, finché resta nel proprio angolino.

Il problema è che un paese non cresce soltanto ripetendo la propria narrazione. Cresce anche mettendola in discussione. Una comunità ha bisogno di memoria, certo, ma ha bisogno anche di qualcuno che domandi a cosa serva quella memoria, chi abbia il diritto di raccontarla, chi venga ascoltato e chi invece rimanga fuori dalla fotografia. Abbiamo bisogno di persone che facciano domande scomode. Perché questa manifestazione sì e quell’altra no? Perché alcuni hanno sempre voce e altri soltanto applausi da rivolgere? Perché alcune iniziative vengono accolte come patrimonio comune e altre vengono lasciate marcire nell’indifferenza? Perché continuiamo a raccontarci come una comunità solidale, compatta, autentica, mentre sotto la superficie ci sono rancori, rivalità, piccole guerre personali e una quantità impressionante di energie spese a controllare il vicino invece di costruire qualcosa insieme?

Sono domande antipatiche. Ed è proprio per questo che servono.

Noi, invece, continuiamo a preferire la cartolina. Il paese delle tradizioni, delle processioni, delle cantine, delle facciate in pietra, dei racconti tramandati, delle fotografie con il tramonto sul borgo. Tutto bellissimo. Purché nessuno chieda cosa ci sia dietro la cartolina. Perché dietro la cartolina c’è la vita vera. E la vita vera è molto meno elegante.

Guardia è un paese diviso. Un paese che spesso confonde il dissenso con il tradimento, la critica con l’invidia, l’autonomia con l’arroganza. Un paese nel quale le appartenenze personali finiscono troppo spesso per contare più delle idee e nel quale la domanda fondamentale non sembra essere “questa cosa è buona per tutti?”, ma “chi l’ha proposta?”.

Ah, l’ammirevole capacità di unirsi, la compattezza quasi marziale con cui i nostri antenati rispondevano alle disgrazie della vita. Ah, se la Guardia di oggi imparasse almeno questa lezione. Perché noi siamo diventati bravissimi a dividerci. Ci dividiamo per tutto: per le associazioni, per le amicizie, per le simpatie, per le antipatie, per le vecchie storie, per le nuove ambizioni. Ci dividiamo anche davanti alle cose che dovrebbero unirci. E lo facciamo con una ferocia che, a volte, lascia senza parole. Ci si odia anche all’interno delle famiglie, a Guardia. Perdio! Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini: si guarda con sospetto chiunque possa ottenere un centimetro di visibilità in più. Si teme l’idea altrui perché potrebbe diventare il successo altrui. Si scambia la collaborazione per una perdita di potere. Si preferisce che una cosa non accada piuttosto che accada senza il nostro timbro sopra.

E così, lentamente, ci consumiamo.

Ognuno difende il proprio piccolo territorio, la propria carrieruccia, la propria gloriuccia, la propria popolarità di periferia. Ci facciamo i dispetti, ci accusiamo, ci smentiamo, ci sputtaniamo. E mentre siamo impegnati a stabilire chi debba stare davanti, il paese rimane fermo.

Ma forse è proprio questo il punto.

Forse non siamo davvero interessati a cambiare.

Perché cambiare significherebbe rinunciare a qualche rendita simbolica, a qualche posizione consolidata, a qualche certezza. Significherebbe accettare che qualcun altro possa avere un’idea migliore della nostra. Significherebbe addirittura riconoscere che un paese non appartiene a chi lo amministra, a chi lo rappresenta, a chi vi è nato prima o a chi ha accumulato più relazioni: appartiene a tutti.

È un concetto semplice. Forse troppo rivoluzionario. E allora lasciamo pure che l’eremita rimanga nel suo angolino. Lasciamolo parlare. Lasciamolo proporre. Lasciamolo organizzare, immaginare, disturbare. Potremo perfino indicarlo ai forestieri con un certo orgoglio: “Vedete? Da noi c’è anche chi dissente”. Sarà la nostra piccola medaglia democratica. Purché, naturalmente, non pretenda di essere ascoltato. Purché non abbia la malaugurata idea di uscire dal recinto.

Purché rimanga, appunto, ornamentale.

Intanto noi continueremo a raccontare la nostra comunità come una comunità unita, orgogliosa delle proprie tradizioni e capace di guardare al futuro. E forse, alla fine, questa sarà la cosa più autentica che avremo conservato: la tradizione di raccontarci così.

Il Festival della Ritualità non si farà. Pazienza. In fondo, a Guardia, abbiamo ancora moltissime tradizioni da difendere. Compresa quella, antichissima e perfettamente intatta, di non fare nulla quando qualcuno prova a cambiare le cose.