C’è un momento in cui il privilegio smette di essere soltanto privilegio e diventa una provocazione. È il momento in cui chi sta in alto non si accontenta più di avere più soldi, più potere, più relazioni, più protezioni, ma sente il bisogno di mostrarlo. Di sbatterci in faccia l’impunità trasformata in spettacolo e la spregiudicatezza elevata a modello di successo. Di farne una provocazione quotidiana.

È questa, forse, una delle sensazioni più corrosive dell’Italia contemporanea: non soltanto la percezione di vivere in un Paese diseguale, ma quella di vivere in un Paese in cui l’ingiustizia viene continuamente rappresentata come normalità.

Il problema, allora, non sono soltanto Wanna Marchi e sua figlia, e l’arroganza con cui hanno accolto il premio ricevuto in Campidoglio. Non sono nemmeno soltanto i politici che occupano lo spazio pubblico per decenni, né i personaggi travolti da scandali che diventano star. Né le celebrità costruite sulla provocazione, i potenti che dispensano lezioni sul merito, le professioni protette da rendite di posizione, l’evasione fiscale che resta un problema enorme mentre il lavoratore dipendente paga le tasse prima ancora di vedere lo stipendio.

Il problema è il messaggio che passa quando tutti questi fenomeni vengono messi insieme: che la notorietà possa sostituire la competenza, che la spregiudicatezza possa diventare un modello di successo, che trasgredire le regole possa persino essere premiato, purché accompagnato da abbastanza visibilità. E allora un ragazzo guarda tutto questo e si domanda: perché dovrei credere nella meritocrazia? Perché dovrei studiare, se il cognome conta più del curriculum? Perché dovrei rispettare le regole, se vedo continuamente qualcuno diventare famoso proprio dopo averle infrante? Perché dovrei accettare sacrifici, se la politica continua a ripetermi che il problema sono i giovani che non hanno voglia di lavorare?

Questa non è soltanto una questione morale. È una questione politica, perché una società educa anche attraverso ciò che premia. E noi stiamo premiando troppo spesso la visibilità, la provocazione, la rendita, la fedeltà al potente, la capacità di occupare spazio.

Nel frattempo la politica si perde nelle guerre culturali del giorno: l’immigrato, il burqa, il post sui social, la parola da vietare, il nemico da inventare. Ogni settimana un bersaglio nuovo, una polemica da consumare davanti alle telecamere. Restano intanto lì le questioni che fanno meno rumore: salari, casa, sanità, scuola, produttività, mobilità sociale, evasione fiscale, costo dell’energia, precarietà. Non perché le guerre culturali siano sempre irrilevanti, ma perché è molto più facile governare una polemica che governare un Paese. E soprattutto è più facile raccontare una realtà conveniente che affrontare quella vera. Prendiamo il prezzo dei carburanti: se sale vertiginosamente e poi scende, non basta rivendicare la discesa come prova del successo di un governo, mentre l’opposizione ne scarica le responsabilità sull’avversario. I numeri diventano armi retoriche, la complessità scompare e il cittadino è ridotto a spettatore di una partita in cui tutti litigano e nessuno sembra davvero responsabile. La politica economica non può essere comunicata come una fotografia scelta dal comunicatore di turno: bisogna guardare alla serie completa dei dati, alle cause delle variazioni, alle misure effettivamente adottate. Altrimenti non è informazione, è propaganda. E una democrazia in cui ogni parte racconta soltanto la porzione di realtà che la favorisce finisce per produrre cittadini incapaci di distinguere tra governo della realtà e governo della narrazione.

Non serve credere che esista una gigantesca élite riunita attorno a un tavolo per decidere come umiliare il resto degli italiani. È una spiegazione troppo semplice. Basta qualcosa di più banale e più pericoloso: un sistema in cui gli incentivi sono sbagliati. Il potere politico ha convenienza a proteggere determinati interessi, i media a trasformare la provocazione in spettacolo, i social a premiare la rabbia, l’algoritmo a rendere virale ciò che divide. Molti hanno interesse a conservare i propri vantaggi e pochi hanno abbastanza potere per cambiare le cose. In un sistema così il privilegio non deve nemmeno essere difeso apertamente: basta normalizzarlo. Basta ripeterci che è sempre stato così, basta convincerci che non c’è alternativa.

La cosa più pericolosa è quando tutto ciò diventa cultura politica: quando il successo viene separato dalla responsabilità, il potere dalle conseguenze, la notorietà dalla competenza. E quando tutto si riduce a una regola non scritta: se sei abbastanza potente, ricco o famoso, prima o poi il sistema troverà il modo di accomodarti. Questa è la vera frattura. Non quella tra ricchi e poveri soltanto, ma quella tra chi sente di vivere dentro le regole e chi percepisce di poterle negoziare.

Una società non può chiedere indefinitamente ai propri cittadini di rispettare le istituzioni, mentre dà l’impressione che per chi ha abbastanza potere siano negoziabili. Non può chiedere ai giovani di avere pazienza quando il merito viene sistematicamente rallentato dalle rendite. Non può chiedere sacrifici senza spiegare chi li sostiene e chi ne è risparmiato. Non può parlare continuamente di responsabilità individuale ignorando quelle strutturali. E soprattutto non può pretendere che le persone smettano di arrabbiarsi mentre continua a mostrare loro, ogni giorno, esempi di impunità, privilegi e disuguaglianze.

La rabbia, però, non basta. E qui dovrebbe cominciare la politica. Non la vendetta, non l’umiliazione degli avversari, non la sostituzione di un privilegio con un altro. Serve una cosa che oggi sembra rivoluzionaria: l’idea che il potere debba avere conseguenze. Serve l’uguaglianza davanti alle regole. Forse è questa la vera battaglia politica che abbiamo davanti: non decidere chi merita di stare sopra e chi sotto, ma decidere se vogliamo ancora vivere in una società in cui stare sopra significa poter fare ciò che agli altri non sarebbe consentito. Perché se la risposta è sì, il problema non sono più soltanto i singoli privilegiati.

È il sistema che li rende possibili, desiderabili e, soprattutto, normali.