Il nulla estivo guardiese, bisogna riconoscerlo, ha ormai una sua precisa grammatica. Si presenta con la solennità del grande evento, si veste a festa, si affida a qualche luce, a qualche post, a qualche comunicato e poi, lentamente, si sgonfia fino ad assomigliare alla versione paesana di un programma televisivo che nessuno ha avuto il coraggio di interrompere.
Prendiamo l’estate appena trascorsa. Un’estate, diciamolo, a costo quasi zero. Piccoli appuntamenti, qualche iniziativa, occasioni di socialità, serate utili soprattutto a far incontrare le persone, a riempire per qualche ora una piazza, a consentire ai guardiesi di stare insieme. E questo non è necessariamente un male: la socialità è importante, una comunità ha bisogno anche di questo.
Ma il problema nasce quando si pretende di vendere tutto questo come politica turistica.
Perché un conto è organizzare qualche serata per i residenti, altro è costruire un’offerta capace di attrarre visitatori, generare economia, produrre presenze, dare un’identità riconoscibile al paese e inserirlo in un circuito turistico più ampio.
Sono due cose profondamente diverse, e a Guardia Sanframondi continuiamo, ostinatamente, a confonderle. Il visitatore non arriva perché abbiamo acceso qualche lampadina in più o perché sui social è comparso l’ennesimo manifesto colorato. Non arriva perché qualcuno ha fotografato una piazza piena e ha scritto che «Guardia vive». Il turista arriva quando trova un motivo per venire, uno per restare e, soprattutto, uno per tornare. Qui, invece, sembra spesso sufficiente dimostrare che per qualche ora qualcuno è passato.
Il risultato è un’estate che può essere stata piacevole per chi l’ha vissuta, ma assolutamente inconsistente se osservata con gli occhi di chi dovrebbe interrogarsi sul futuro turistico del paese.
E allora la domanda è inevitabile: qual era l’obiettivo? Fare comunità? Bene. Offrire qualche momento di svago ai residenti? Benissimo. Ma se l’ambizione era rilanciare Guardia come destinazione turistica, allora bisogna avere il coraggio di dire che non ci siamo.
E non ci siamo non perché manchino le risorse economiche. Anzi, quest’anno il bilancio potrebbe persino essere presentato come un piccolo capolavoro: spendere poco è sempre un risultato, soprattutto quando si può chiamare “efficienza”. Il problema è che il risparmio non può diventare la misura dell’ambizione. Una comunità non si amministra chiedendosi soltanto quanto costa una cosa; bisognerebbe chiedersi anche quanto vale, cosa produce, quale prospettiva apre, quale eredità lascia. Altrimenti il rischio è trasformare il «costo zero» nel nuovo grande progetto politico. E sarebbe davvero curioso: un paese che per anni ha avuto bisogno di idee, strategie e visione finirebbe per accontentarsi di non spendere.
Ci siamo lasciati alle spalle sei anni di nulla. Sei anni nei quali abbiamo assistito alla lenta trasformazione dell’immobilismo in metodo amministrativo, dell’assenza di prospettiva in prudenza, della ripetizione in continuità. Ora, però, qualcosa è cambiato. Sono arrivati i giovani. E qui la questione diventa interessante, perché ai giovani oggi al potere comunale non si può chiedere semplicemente di essere più giovani dei loro predecessori. Sarebbe troppo facile e, soprattutto, inutile. La gioventù non è una categoria amministrativa. Non basta avere meno anni per avere più idee. Non basta usare meglio i social per comunicare meglio. Non basta cambiare il linguaggio se poi il contenuto resta identico. Ai giovani bisogna chiedere molto di più. Bisogna chiedere il coraggio di rompere il copione. La capacità di dire che una cosa non funziona anche se è stata fatta per anni. La disponibilità a mettere in discussione ciò che viene presentato come intoccabile. L’ambizione di immaginare Guardia Sanframondi non come un paese da amministrare alla giornata, ma come una comunità da progettare per i prossimi dieci o vent’anni. Perché il vero rischio non è che i giovani falliscano. Il vero rischio è che diventino bravissimi a fare esattamente ciò che facevano quelli prima di loro. Sarebbe la forma più elegante e più drammatica di continuità: cambierebbero gli attori, magari anche le fotografie, ma la sceneggiatura resterebbe la stessa. Qualche annuncio. Qualche comunicato. Qualche post. Qualche inaugurazione. Qualche piccola novità. Qualche intervento presentato come svolta epocale. E poi, quando le luci si spengono, ancora una volta il nulla.
Il problema della politica locale guardiese, infatti, non è soltanto ciò che viene fatto: è soprattutto ciò che non viene pensato. Manca, da troppo tempo, una visione complessiva. Che cosa vuole diventare Guardia Sanframondi? Un paese turistico? Un borgo del vino? Un luogo di cultura? Una destinazione enogastronomica? Un centro capace di attrarre nuovi residenti? Un paese per giovani? Un paese per anziani? Un luogo nel quale investire, o dal quale andare via?
La domanda sembra banale. In realtà è la domanda dalla quale dovrebbe partire ogni amministrazione, perché senza una risposta ogni iniziativa diventa episodica. La festa rimane festa, l’evento rimane evento, il comunicato rimane comunicato, il social rimane social. E il turismo rimane una parola buona per i manifesti.
Anche il famoso «portale» può diventare, in questa prospettiva, l’emblema perfetto della nostra stagione politica: un oggetto da mostrare, raccontare, inaugurare, promuovere, mentre intorno continua a mancare una vera strategia. E nel frattempo si dismettono, lentamente, i luoghi della memoria, si perde il patrimonio immateriale, si lasciano evaporare occasioni e competenze, mentre conserviamo gelosamente l’unica cosa che non richiede manutenzione: il nulla.
Il cittadino, nel frattempo, viene lentamente educato alla rassegnazione. Impara a non aspettarsi più una vera trasformazione. Si accontenta di una strada sistemata, di una panchina nuova, di una serata in piazza, di qualche evento estivo — non perché non desideri altro, ma perché ha imparato che aspettarsi altro è faticoso. È questo, forse, il risultato più pericoloso di anni di politica senza ambizione: non il dissenso, ma l’assuefazione.
Il cittadino smette di chiedere. E quando smette di chiedere, anche la politica smette di dover rispondere. Per questo la nuova amministrazione, e soprattutto i giovani che ne rappresentano il volto, hanno davanti una responsabilità enorme. Non devono dimostrare di essere diversi perché sono giovani; devono dimostrare di esserlo perché hanno scelto di fare politica. Devono avere il coraggio di produrre discontinuità, non semplicemente di dichiararla. Devono smettere di considerare ogni piccola novità come una grande conquista e iniziare a misurare la politica sui risultati.
Devono spiegare dove vogliono portare Guardia, quali sono le priorità, quali gli obiettivi, quali i tempi. E soprattutto devono accettare una cosa che la politica locale spesso dimentica: amministrare significa anche essere giudicati. Non sui post, non sulle fotografie, non sul numero degli eventi, non sulla quantità di comunicati, ma sulla capacità di cambiare realmente qualcosa. Perché il paese non ha bisogno di un’altra stagione di intrattenimento amministrativo. Ha bisogno di una stagione politica.
L’estate è finita. Il paese tornerà lentamente a svuotarsi, le luci verranno spente, i manifesti rimossi, i social troveranno nuovi argomenti e il paese tornerà alla sua quotidianità. Ed è proprio adesso che comincia la parte difficile, perché organizzare un’estate è relativamente semplice: governare un paese è un’altra cosa.
E allora aspettiamo. Aspettiamo di vedere se ai giovani sarà concesso soltanto di interpretare un ruolo già scritto, o se avranno il coraggio di strappare la sceneggiatura. Aspettiamo di capire se il “nuovo” sarà davvero nuovo. Aspettiamo di vedere se dopo gli annunci arriveranno le idee, dopo le idee i progetti e dopo i progetti i risultati. Perché Guardia Sanframondi non ha bisogno di un’altra stagione del nulla.
Ne abbiamo già viste abbastanza. Sei anni, del resto, sono un tempo persino troppo lungo per chiamarlo ancora “nulla”: a questo punto bisogna chiamarlo per quello che rischia di diventare, un modello.
E la speranza è che i giovani oggi al potere abbiano l’ambizione, e soprattutto il coraggio, di non ereditarlo.