Le ultime elezioni amministrative di Guardia Sanframondi hanno portato in Comune alcuni giovani. Una notizia positiva, in un paese che da anni sembra ruotare intorno agli stessi nomi e agli stessi problemi. Non perché la giovane età sia di per sé una garanzia, ma perché una comunità incapace di coinvolgere le nuove generazioni è una comunità destinata a spegnersi.
Eppure, invece dell’apertura di credito che ci si aspetterebbe, riaffiora in questi giorni il solito riflesso del sospetto: chi sono, da dove vengono, di chi sono figli, quale storia politica hanno alle spalle. Come se per entrare nella vita pubblica locale servisse, insieme al curriculum, anche l’albero genealogico. È un vizio ricorrente della politica di Guardia: si giudicano le persone prima dei fatti, si costruiscono alleanze e ostilità sulla base di cognomi e parentele, mentre competenze e risultati restano sullo sfondo.
Non conosciamo la genealogia di questi giovani amministratori, e non ci interessa conoscerla. Ci interessa sapere cosa faranno, quali problemi affronteranno, quali decisioni avranno il coraggio di prendere. E soprattutto quali interessi sapranno scontentare, perché amministrare significa anche questo: decidere, e decidere vuol dire inevitabilmente scontentare qualcuno. Il vero cambiamento si misurerà lì, non nella carta d’identità dei nuovi amministratori ma nella loro capacità di rompere la continuità che ha condannato il paese all’immobilismo.
Un sistema politico non ha bisogno di mantenere sempre gli stessi uomini per sopravvivere: gli basta trasmettere le proprie logiche. E a Guardia le vecchie logiche sono dure a morire: consenso personale, rapporti clientelari, favori scambiati con fedeltà, appartenenze che contano più delle competenze. Se i giovani della nuova amministrazione non avranno il coraggio di archiviarle, il risultato sarà solo un cambio di interpreti a copione invariato. E sarebbe una beffa proprio nei loro confronti.
Un vero fallimento. Ma il fallimento sarebbe anche un altro: vedere un giovane entrare in Comune con entusiasmo e uscirne, anni dopo, assimilato al sistema che prometteva di cambiare. Guardia Sanframondi non ha bisogno di un maquillage politico, ma di una discontinuità nel metodo, prima ancora che nelle persone. Servono amministratori capaci di dire no: alle pressioni, ai piccoli interessi personali, alla logica del “non si è mai fatto”, alla tentazione di accontentare tutti. E serve la consapevolezza che il consenso elettorale non è una proprietà, ma un prestito da restituire in risultati concreti. Molti cittadini hanno scelto questi giovani perché li hanno percepiti vicini ai problemi reali del paese: è una responsabilità enorme, che ora va onorata con i fatti.
Non servono celebrazioni preventive. La fiducia va concessa, ma anche vigilata; l’entusiasmo non deve trasformarsi in ingenuità. Ai nuovi amministratori non si chiedono miracoli, ma di non diventare ciò che avevano l’occasione di superare: conformismo, compromesso permanente, immobilismo travestito da prudenza. Guardia Sanframondi non ha bisogno di altri custodi dell’esistente, ma di chi abbia il coraggio di aprire le finestre e chiamare le cose con il loro nome, riconoscendo che il paese ha perso tempo, opportunità e fiducia nel proprio futuro. La differenza non la farà l’età, ma il coraggio: di cambiare, di dissentire, di rompere vecchi equilibri, di non dimenticare da dove si è partiti. Il giorno in cui un giovane amministratore penserà che per governare bisogna comportarsi come chi lo ha preceduto, non avremo assistito a un cambiamento, ma solo alla sostituzione di una generazione con un’altra.
Per questo, oggi, concediamo fiducia. Ma guarderemo ai fatti, alle scelte, ai risultati. E alla capacità di questa nuova generazione di restituire a Guardia Sanframondi ciò che le manca da tempo: la sensazione di avere ancora un futuro. Il paese aspetta. E questa volta non ci sono più alibi.