C’è una cosa che noi guardiesi sappiamo fare meglio di chiunque altro: trasformare ogni motivo d’orgoglio in un primato. È quasi uno sport regionale, anzi una disciplina in cui vantiamo, negli anni, un medagliere di tutto rispetto.
Abbiamo la cantina sociale più grande della Campania. I vini migliori. Il borgo più bello. La straordinaria Gemma del Sud. Le lagane e fagioli. Il castello medievale. La montagna, il bosco, il laghetto, l’acqua, le pale eoliche, le rotonde…. Il cielo più azzurro. Probabilmente, cercando con un minimo di zelo in più, scopriremmo di avere anche il tramonto più tramontante, il vento più ventoso e il panorama più panoramico.
E naturalmente c’è il nostro primato preferito, quello dei guardiesi illustri. Basta che un concittadino raggiunga, in Italia o all’estero, un incarico di un certo peso, e la notizia diventa immediatamente un successo collettivo: il dirigente, il manager, lo scienziato, l’imprenditore, l’artista, il professore. A volte basta perfino un legame di terzo grado con Guardia perché qualcuno scriva, con orgoglio commovente: “è guardiese anche lui”. Siamo capaci di adottare come concittadino chiunque abbia avuto, almeno una volta nella vita, un parente passato dalle parti del Gran Caffè.
Confesso che questa cosa mi ha sempre fatto sorridere, e in fondo anche un po’ intenerire. Dietro la nostra irresistibile vocazione all’autocompiacimento c’è qualcosa di molto umano: il bisogno di dire “noi”, in un mondo che ci costringe sempre più spesso a dire “io”. Il problema è che, a forza di raccontarci quanto siamo straordinari, rischiamo di non accorgerci di un dettaglio piuttosto banale: il paese si sta svuotando. E questo, per una volta, non è un primato di cui andare fieri.
Le case valgono sempre meno. Intere zone hanno scelto il silenzio come stile di vita. Le finestre restano chiuse per mesi, a volte per anni. I bambini diminuiscono, le scuole si riducono, si accorpano, resistono per inerzia. I negozi faticano. I bar diventano luoghi di memoria prima ancora che luoghi di incontro. I giovani fanno le valigie. E la cosa più malinconica è che ormai non lo fanno nemmeno più con rabbia: partono con naturalezza, per studiare, lavorare, costruirsi una vita altrove. Quando salutano, qualcuno dice sempre: “vedrai, un giorno tornerai”. Frase bellissima, e terribile: perché troppo spesso quel “tornerò” è solo il modo più gentile che un figlio trova per non dire ai genitori che forse non tornerà.
Nel frattempo, noi continuiamo a discutere appassionatamente di quale sia il vino migliore, la sagra migliore. Questione serissima — molto più seria, evidentemente, di quella dei ragazzi che se ne vanno. Continuiamo a celebrare il borgo più bello mentre sempre più case del borgo restano vuote. A magnificare le nostre eccellenze mentre facciamo sempre più fatica a trattenere chi potrebbe trasformarle in economia. A vantare la nostra storia mentre rischiamo di ridurla a un museo senza visitatori e, soprattutto, senza abitanti.
È una contraddizione quasi perfetta: abbiamo tutto ciò che serve per raccontare Guardia. Forse ci manca ancora qualcosa per farla vivere. Non è pessimismo, non è polemica, e men che mai è disamore. È forse l’esatto contrario: chi ama davvero un paese dovrebbe avere il coraggio di guardarlo anche quando non è in posa. Non solo con il calice in mano, la foto del panorama, la sagra, il premio, la targa, l’articolo celebrativo, ma anche d’inverno, il lunedì mattina, quando piove, quando i negozi chiudono in silenzio, quando un ragazzo parte, quando nasce un solo bambino e tutti lo conoscono già per nome, quando una casa in vendita resta lì per anni, quando qualcuno torna dopo tanto tempo e si accorge che il paese che ricordava aveva più voci. Sono i numeri a raccontarlo: le statistiche, i rapporti demografici, la scuola, le attività commerciali, le case vuote, il centro storico, le strade, le piazze. Non serve essere pessimisti per vedere quello che sta accadendo. Basta tenere gli occhi aperti: cosa che, va detto, riusciamo a fare benissimo quando si tratta di censire i nostri primati.
E allora forse è arrivato il momento di cambiare discussione. Per una volta, lasciamo perdere la cantina più grande, il vino più premiato, il politico più importante, il dirigente più prestigioso, il guardiese più famoso, il parente del guardiese più famoso e persino il guardiese che conosce personalmente il guardiese più famoso. Per una volta, discutiamo di una cosa infinitamente meno gratificante per il nostro orgoglio, e infinitamente più decisiva per il nostro futuro: come facciamo a restare? Come convinciamo un ragazzo che ha studiato fuori che può tornare senza rinunciare ai propri sogni? Come attiriamo visitatori, imprese, professionisti, famiglie? Come trasformiamo la bellezza in lavoro? Come rendiamo interessante vivere qui non per un fine settimana, ma per dieci anni, vent’anni, una vita? Come facciamo perché chi viene a visitare Guardia possa un giorno decidere di abitarla? Sono domande decisamente più scomode di quelle a cui siamo abituati. Ma forse sono proprio quelle che dovremmo cominciare a porci.
E qui arriva la parte che, nonostante tutto, mi ostino a considerare possibile. Guardia non è un paese finito. Rischia di diventarlo solo se continua a pensare che il proprio passato sia una garanzia per il futuro. Non lo è. La storia non basta, la bellezza non basta, le tradizioni non bastano. Neppure il vino, per quanto ottimo, fa miracoli.
Servono idee, coraggio, amministrazioni capaci di programmare oltre la durata di una consiliatura. Servono imprenditori disposti a rischiare. Servono cittadini capaci di smettere, ogni tanto, di contendersi il merito di ciò che Guardia è stata, per cominciare a contendersi la responsabilità di ciò che potrebbe diventare.
E servono soprattutto i giovani, non come spettatori da applaudire quando tornano a Natale, non come fotografie da pubblicare quando uno di loro vince un premio a Milano o fa carriera all’estero, ma come protagonisti: con le loro idee, le loro competenze, i loro linguaggi, perfino con la loro impazienza. Forse dovremmo smettere di contare quanti guardiesi eccellenti abbiamo mandato nel mondo, e cominciare a chiederci perché il mondo se li tenga così facilmente. Forse il problema non è che i nostri ragazzi vogliono partire. Il problema è che non abbiamo ancora costruito abbastanza ragioni perché possano scegliere di tornare. Eppure qualche ragione ce l’abbiamo già: un territorio straordinario, produzioni agricole e vitivinicole di valore, paesaggio, storia, cultura, tradizioni, e una posizione geografica che potrebbe diventare un’opportunità, invece che una scusa per raccontare Guardia come un luogo lontano. Case, spazi, edifici, terreni che potrebbero tornare a vivere. Una comunità. E, forse, ancora un po’ di tempo. Non moltissimo. Ma abbastanza per provarci. Potremmo immaginare un paese capace di attirare giovani professionisti che lavorano da remoto, piccole imprese innovative, attività legate al turismo lento, all’agricoltura di qualità, alla cultura, alla tecnologia. Potremmo recuperare case abbandonate e trasformarle in abitazioni, studi, laboratori, strutture ricettive. Potremmo costruire una vera strategia per chi vuole tornare, non solo un benvenuto quando finalmente decide di farlo. Potremmo mettere da parte l’autoreferenzialità e riunire attorno a un tavolo Comune, imprese, associazioni, scuola, cittadini e giovani, per provare a progettare una Guardia che non viva solo di ciò che è stata, ma di ciò che vuole diventare.
Non sarebbe facile. Probabilmente sarebbe molto più difficile che stabilire quale sia il vino migliore del territorio. Ma almeno sarebbe una gara che vale la pena disputare. Perché forse il vero primato non è avere il borgo più bello: è avere un borgo che non si svuota. Non è avere il panorama più bello: è avere qualcuno che possa ancora affacciarsi a quella finestra tra trent’anni. Non è avere la cantina più grande: è avere una generazione abbastanza numerosa da poter brindare insieme alla prossima. Non è avere il guardiese più famoso del mondo: è fare in modo che un ragazzo guardiese, dopo aver studiato, viaggiato, conosciuto il mondo e inseguito i propri sogni, possa tornare qui e dire: “posso farlo anche da Guardia”. Quel giorno avremo finalmente smesso di cercare primati. Perché ne avremo conquistato uno che non avrà bisogno di classifiche, comunicati stampa o post celebrativi: una Guardia capace non solo di essere ammirata, ma di essere scelta. Scelta per nascere. Scelta per crescere. Scelta per lavorare. Scelta per tornare. Scelta per restare.
E forse, alla fine, è questo l’unico primato che conta davvero: quello di un paese che, dopo anni passati a raccontare a tutti quanto fosse speciale, ha finalmente trovato il modo di non diventare soltanto un bellissimo ricordo.