C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, senza infingimenti e senza la paura di apparire impopolari: quale futuro può avere una comunità che programma il proprio domani più sulla pancia che sulla testa? È una domanda scomoda, forse persino urticante. Ma proprio per questo andrebbe posta. Guardia Sanframondi è una comunità con una storia importante, con un patrimonio culturale, umano e paesaggistico che potrebbe costituire una delle sue principali ricchezze. Eppure, osservando la realtà quotidiana, è difficile non avvertire un progressivo impoverimento di quella che potremmo definire, senza riferirci a una particolare cultura locale, la cultura generale: la capacità di leggere la realtà, di comprenderla, di discuterla, di mettere in relazione il presente con il passato e il futuro. Non è soltanto una questione di cultura in generale. È qualcosa di più profondo. È la perdita dell’abitudine a porsi domande. È la difficoltà crescente ad accettare la complessità. È il trionfo dell’opinione sull’argomentazione, della reazione istintiva sulla riflessione, del “mi piace” sul “perché”.
E quando una comunità smette di interrogarsi, qualcun altro – come avviene da decenni – finisce inevitabilmente per decidere al suo posto.
Il problema, quindi, non è divertirsi, non è la socialità. Sia chiaro: nessuno vuole una Guardia Sanframondi triste, austera, chiusa nelle abitudini e nelle memorie. Una comunità ha bisogno di feste, spettacoli, manifestazioni, convivialità. Ha bisogno anche di leggerezza. Il problema nasce quando la leggerezza diventa l’unica politica culturale, quando si misura il successo di una comunità quasi esclusivamente in base alla capacità di riempire una piazza, organizzare un evento, portare gente per una sera, distribuire sorrisi e fotografie, mentre la cultura vera — quella che forma cittadini e non semplici spettatori — viene relegata ai margini.
È il vecchio panem et circenses, aggiornato all’epoca dei social. Pane e spettacoli. Qualche evento, qualche palco, qualche serata, qualche applauso. E possibilmente nessuna domanda troppo difficile. Ma una comunità non cresce perché una sera ha la piazza piena. Cresce quando i suoi ragazzi leggono. Quando discutono. Quando conoscono la storia del luogo in cui vivono. Quando imparano a distinguere un’informazione da una manipolazione.
La responsabilità non è soltanto della politica. Sarebbe troppo facile scaricare tutto sulla classe politica e dirigente locale. La politica ha certamente una responsabilità enorme, perché decide le priorità, distribuisce risorse, stabilisce che cosa considera importante. Se la cultura viene trattata come un ornamento e non come un’infrastruttura civile, prima o poi gli effetti si vedono. Ma sarebbe ipocrita fermarsi qui. La responsabilità riguarda anche la società civile, le famiglie. Riguarda la scuola. Riguarda le associazioni. Riguarda ciascuno di noi.
Viviamo in un mondo nel quale un ragazzo può avere accesso, in pochi secondi, a una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. Ma avere accesso all’informazione non significa possedere gli strumenti per comprenderla. Anzi, può accadere esattamente il contrario. Un giovane immerso continuamente in contenuti brevi, immagini, video, slogan e messaggi costruiti per catturare l’attenzione rischia di perdere progressivamente la capacità di concentrarsi su ciò che richiede tempo, pazienza e fatica.
I ragazzi di oggi saranno gli amministratori di domani. Saranno coloro che siederanno nel consiglio comunale, che guideranno le associazioni, che prenderanno decisioni sul destino della comunità. E allora dobbiamo chiederci: quali strumenti stiamo consegnando loro? Se crescono in un ambiente nel quale prevale il consenso immediato sulla competenza, la battuta sull’argomentazione, l’apparenza sulla sostanza, che classe dirigente possiamo aspettarci?
Non basta che siano ragazzi brillanti, che sappiano usare uno smartphone, che siano connessi con il mondo. Devono anche sapere da dove vengono. Perché una comunità che perde la memoria perde una parte della propria identità. E una comunità che perde la capacità critica perde la possibilità di scegliere consapevolmente il proprio futuro.
Il paradosso è che, proprio mentre il mondo diventa sempre più globale, noi a Guardia avremmo bisogno di conoscere ancora meglio le nostre radici. Non per chiuderci nel provincialismo, ma per poter stare nel mondo con una maggiore consapevolezza. Guardia non ha bisogno di meno cultura, ma di più cultura. Forse dovremmo cambiare radicalmente prospettiva. Non chiederci soltanto quale evento organizzare, ma quale conoscenza lasciare. Non domandarci soltanto quanta gente porteremo in piazza, quanta “laganella e fagioli” dobbiamo preparare, ma quanti ragazzi porteremo a un evento culturale. Non misurare il successo soltanto attraverso le presenze, ma attraverso le competenze costruite. Non pensare alla cultura come a una voce di bilancio da difendere quando avanzano risorse — come purtroppo accade oggi — bensì come a una delle condizioni necessarie per avere una comunità viva.
Servono, certo, presentazioni di libri, tavolate conviviali, concerti. Ma servono anche dibattiti pubblici. Recupero della memoria orale degli anziani. Conoscenza della storia locale. Incontri con studiosi e professionisti. Educazione all’informazione e ai social. Progetti che mettano i giovani nella condizione di raccontare Guardia, studiarla, criticarla e immaginarla diversamente. Perché amare il proprio paese non significa applaudirlo sempre. Significa anche avere il coraggio di dirgli quando sta sbagliando.
E allora, quale futuro? La risposta, in fondo, dipende da ciò che decidiamo di considerare prioritario. Se continueremo a pensare che basti dare alla gente ciò che chiede nell’immediato, avremo forse consenso, qualche applauso e qualche serata riuscita. Ma non avremo necessariamente futuro. Il futuro di Guardia Sanframondi non si costruisce soltanto con le pietre, con le piazze, con le manifestazioni o con le fotografie. Si costruisce nelle teste delle persone. E se quelle teste non vengono alimentate dalla conoscenza, dalla curiosità, dalla memoria e dal senso critico, prima o poi anche il paese più bello rischia di diventare soltanto una scenografia.
Il panem et circenses può riempire una piazza per una sera. La cultura può riempire una comunità per generazioni. La scelta, alla fine, è tutta qui. E sarebbe bene che Guardia Sanframondi cominciasse a discuterne prima che siano altri — e non necessariamente i migliori — a decidere quale futuro avremo.
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