L’estate è esplosa di nuovo in tutta la sua potenza, e con lei le urne si sono richiuse. A maggio Guardia ha votato, ha scelto, ha confermato in parte e rinnovato in parte: qualche volto giovane è entrato in consiglio, qualche volto di sempre è rimasto al suo posto, con uno scarto di pochi voti a separare due idee di paese che, viste da fuori, sembravano meno distanti di quanto i comizi abbiano voluto far credere. È finita la campagna elettorale, sono finiti i comizi, le strette di mano, le promesse fatte sull’uscio delle case e ripetute identiche nelle piazze. E adesso? Cammino per Guardia, in questi giorni di luce accecante e di vigne che esplodono di verde, e mi chiedo, con la stessa sofferenza di sempre: e adesso?

Perché il problema di Guardia non si è mai chiamato “chi vince”. Si è sempre chiamato “chi resta a pensarci, dopo”. I giovani che sono entrati nelle stanze del Comune portano con sé, inevitabilmente, una speranza: che sappiano guardare il paese con occhi diversi da quelli di chi lo amministra per consuetudine, per eredità, per inerzia. Ma la speranza, a Guardia, è una pianta che ha imparato a non fidarsi troppo di sé stessa. L’abbiamo vista germogliare tante volte, dopo tante elezioni, e tante volte l’abbiamo vista appassire ai primi freddi di novembre, quando le luci dell’estate si spengono e il paese torna a essere quello che è davvero: poche decine di persone nei vicoli, le saracinesche abbassate, il silenzio che non è pace ma assenza.

I retori della “bellezza di Guardia” torneranno, puntuali come le rondini, a giugno prossimo. Parleranno di borgo, di radici, di autenticità, costruiranno la loro piccola gloria personale sul nostro paesaggio, sulle nostre vigne, sulle nostre feste, senza chiedersi mai, una sola volta, cosa significhi viverci a gennaio, quando la nebbia sale dalla Valle Telesina e non c’è una sola luce accesa oltre la propria. I nuovi amministratori, quelli giovani, sapranno resistere alla tentazione di diventare anche loro retori? Sapranno costruire, nei lunghi mesi vuoti dell’inverno, non eventi ma comunità? Non lo so. Non lo sa nessuno. È proprio in questa incertezza che si annida la malinconia di chi, come me, ha visto troppe primavere di entusiasmo trasformarsi in autunni di abbandono.

La retorica del restare e quella del partire, l’abbiamo detto, hanno sostituito la vecchia retorica dell’identità granitica. Ma temo che anche questa nuova classe dirigente, per quanto giovane, per quanto animata da buone intenzioni, dovrà misurarsi con un nemico più antico e più ostinato di ogni avversario elettorale: lo spopolamento, la desertificazione dei piccoli paesi del Sud, una questione che non si risolve con una delibera né con un mandato di cinque anni. Servirebbero studio, ricerca, tempo: anni di osservazione vera del paese, non passerelle estive. Servirebbe qualcuno disposto a restare due, tre inverni a fianco della gente, a capire di cosa Guardia ha davvero bisogno — non un’altra guida turistica scritta da chi passa e se ne va, non un’altra immagine patinata da social, ma strade sicure, una sanità che non distingua tra chi vive in una metropoli e chi vive in un paese di poche migliaia di anime, una scuola che non chiuda, un futuro che non sia soltanto un weekend di settembre.

Eppure, lasciatemelo dire con tutta la malinconia di cui sono capace: qualcosa, in questi giovani volti nuovi, mi commuove. Non perché io creda che basteranno a salvare Guardia — non esistono salvatori, lo sappiamo, esistono solo comunità che si salvano da sole o non si salvano affatto — ma perché rappresentano, forse per l’ultima volta, la possibilità che il paese non si rassegni del tutto alla propria estinzione annunciata. So che qualche residuo della vecchia politica, quella dei gettoni di presenza e delle idee cambiate a seconda della convenienza, è rimasto comunque al suo posto, come un’ombra che si allunga anche sulle intenzioni migliori. So che il rischio, per chi è giovane ed entra ora nelle stanze del potere locale, è di essere lentamente assorbito dagli stessi meccanismi che diceva di voler cambiare. L’ho visto accadere troppe volte per essere ingenuo.

“Tutti costoro parlano di me, ma nessuno pensa a me”, diceva Zarathustra. E così, temo, continuerà a pensare Guardia di molti che le passano accanto, di chi la celebra senza guardarla davvero, di chi la consiglia senza avere il diritto — quel diritto che appartiene solo a chi vive con la propria pelle la condizione di esule o di spaesato — di dire agli altri se restare o fuggire. Ma forse, dico forse, in mezzo ai tanti che parlano di Guardia senza pensarla, qualcuno dei nuovi eletti penserà davvero a lei, nei mesi che contano, quelli vuoti e tristi, quelli in cui nessuna telecamera è puntata sulle nostre strade.

Non ho ricette, non le ho mai avute. Ho solo il sogno antico, quello di sempre, che i guardiesi — i rimasti, i partenti, i nuovi residenti stranieri che già d’inverno tengono accese piccole luci di cultura e di socialità senza aspettare finanziamenti — sappiano trasformare il proprio restare e il proprio partire in qualcosa di più di una scelta privata: in un movimento, informale e ostinato, per una nuova questione meridionale. Intanto i mesi passeranno, l’estate si spegnerà ancora una volta, e Guardia tornerà silenziosa. Vedremo, allora, chi di questi giovani amministratori avrà avuto il coraggio di restare accanto al paese anche quando nessuno guarda. Vedremo se la speranza, questa volta, avrà la forza di non appassire ai primi freddi.