A Guardia Sanframondi esiste un fenomeno politico che meriterebbe uno studio antropologico serio, o almeno un saggio di sociologia delle élite locali: l’uomo che ha confuso il consenso con l’usucapione.

Per anni Carlo Falato ha attraversato le istituzioni come certi parenti ai matrimoni: onnipresenti nelle fotografie, anche quando nessuno ricorda più chi li abbia invitati. Una presenza costante, quasi liturgica. Inaugurazioni, celebrazioni, commemorazioni, fasce tricolori proprie o cedute dal titolare, tavoli politici, candidature, incarichi. Un curriculum talmente lungo che, a leggerlo tutto, rischia di scadere pure il mandato successivo.

Eppure, nelle ultime elezioni, il popolo guardiese — quel fastidioso dettaglio che in democrazia ogni tanto pretende di contare — gli ha recapitato un messaggio chiarissimo. Non ambiguo. Non interpretabile. Non “politicamente complesso”. Semplice: basta.

Ma è proprio qui che comincia il teatro. La colpa della debacle è dell’intelligenza artificiale. Oppure di quegli elettori che non hanno scritto il suo nome sulla scheda. Già, perché la vera cifra politica di Carlo Falato non è stata la sconfitta. In politica si perde. Succede a tutti. Anche ai migliori. Il problema nasce quando una bocciatura elettorale viene vissuta non come un giudizio democratico ma come un’ingiustizia cosmica. E allora parte il repertorio classico dell’autoassoluzione permanente. Arriva prima il “piccolo arretramento”. Poi il “calo fisiologico”. Poi la leggenda metropolitana del voto disgiunto. Poi ancora: “la gente non ha compreso il progetto”. E invece il punto è esattamente l’opposto: il progetto la gente lo ha compreso benissimo. È che non lo vuole più.

Per anni Falato (anche se lui – statene certi – lo negherà) ha coltivato un’idea quasi monarchica del consenso: non qualcosa da meritare ogni volta, ma un’eredità personale, una rendita politica perpetua. Come se il paese gli dovesse riconoscenza eterna solo per la longevità della sua presenza pubblica. Come se l’anzianità politica dovesse automaticamente trasformarsi in diritto naturale al comando.

Ed è qui che il suo ego — che almeno in apparenza non sembra conoscere ridimensionamenti — si è scontrato con la realtà.

Le ultime elezioni non sono state soltanto una sconfitta numerica. Sono state un ridimensionamento pubblico, severo e perfino umiliante, della percezione che Falato aveva di sé stesso. Lui continuava a immaginarsi uomo forte della politica guardiese, dominus imprescindibile, punto di riferimento inevitabile. Gli elettori, invece, lo hanno trattato come si trattano le repliche estive di Superquark: con rispetto per il passato, ma senza alcuna voglia di rivederle ancora.

Il problema è che chi vive troppo a lungo dentro il potere finisce spesso per perdere il contatto con la realtà. Attorno restano soltanto i fedelissimi professionisti, gli applauditori automatici, i reduci della nostalgia e qualche parente.

E così, come nelle migliori tradizioni, l’ultima tornata elettorale diventa una gigantesca operazione di scarico delle responsabilità. Mai una volta che il problema possa essere lui. No. È il clima politico. È Facebook. È l’astensionismo. È la cattiveria degli avversari. È il tradimento degli amici. Mai, nemmeno per un istante, il dubbio che forse il paese si sia semplicemente stancato, di lui e di quelli come lui. Perché Guardia Sanframondi, nel frattempo, è cambiata. Anche lentamente, anche contraddittoriamente. Ma è cambiata. E a un certo punto perfino l’elettore più paziente sviluppa un istinto di sopravvivenza democratica: comprende che se qualcuno occupa la scena pubblica da oltre quarant’anni promettendo sempre “la svolta”, forse la vera svolta consiste nel chiedergli cortesemente di accomodarsi in platea.

La tragedia della politica locale è tutta qui: chi ha passato una vita a chiedere voti finisce spesso per convincersi che quei voti gli appartengano. Come l’acqua pubblica, l’illuminazione comunale o la processione del patrono.

Ma il consenso non è un vitalizio sentimentale. È un contratto a termine. E gli elettori, quando decidono di rescinderlo, non sono obbligati nemmeno a lasciare il preavviso.

Rimane allora questa figura malinconica e insieme grottesca: Carlo Falato che continua a parlare sui social come se dietro di lui esistessero ancora folle oceaniche, mentre ormai dietro restano soltanto tre fedelissimi, due nostalgici e un gruppo sempre più ristretto di persone che confondono la permanenza con la leadership.

Forse il punto non è nemmeno il vistoso calo di preferenze. Forse il punto è più crudele. Carlo Falato non si è mai accorto di aver perso il tempo.