A Guardia Sanframondi il tempo non passa: fa anticamera.
Le ultime elezioni amministrative hanno riconfermato il sindaco uscente, protagonista della scena politica locale da oltre quarant’anni. Quarant’anni. Un tempo sufficiente per vedere cadere il Muro di Berlino, nascere internet, sparire le cabine telefoniche e ricomparire i pantaloni a zampa d’elefante. Ma non per vedere un ricambio politico credibile.
A Guardia la politica somiglia a quei presepi che si tramandano di generazione in generazione: cambiano le lucine, ma i pastori — seppur notevolmente ridimensionati e usciti da questa competizione elettorale con le ossa rotte — sono sempre gli stessi. E adesso ci risiamo, con qualche piacevole novità, con gli stessi di sempre. Che, sia chiaro, nessuno di loro è un mostro, non è un tiranno medio-orientale che arringa i guardiesi dalle finestre del municipio. Li conosco da una vita. Persone educate, a modo, moderate, istituzionali. Il problema è proprio questo: sembrano usciti da un corso di formazione permanente della vecchia Balena Bianca.
Il sindaco uscente — e riconfermato — è il classico “giovane vecchio”: anagraficamente magari ancora presentabile, politicamente già ingiallito come una ricevuta del ’98. Uno cresciuto dentro la politica come mestiere, non come slancio. Carriera da eterno numero due, numero tre, uomo delle riunioni, delle eclissi permanenti, delle pacche sulle spalle e dei “vediamo”. Uno che dà l’impressione di essere nato già assessore.
Ma davvero qualcuno a Guardia pensa che sia così che si crea entusiasmo? Che si mobilita un intero paese? Che si convince un ventenne a interessarsi della cosa pubblica invece di scappare a Milano, a Bologna o direttamente in Australia? No. Così si gestisce il condominio. Non si costruisce il futuro di una gloriosa comunità.
Il punto è che questa generazione politica di brontosauri non riesce a farsi da parte. Non ce la fa fisicamente. La poltrona, per certa gente, non è un incarico: è un organo interno. Togliergliela significherebbe un trapianto. E infatti in Campania il modello dominante resta quello: De Luca docet. Politici che parlano da padri eterni, da custodi indispensabili della civiltà occidentale. Gente convinta che senza di loro i comuni precipiterebbero nel caos, le scuole chiuderebbero e i lampioni esploderebbero uno dopo l’altro. Il dramma è che magari, dopo quarant’anni, finiscono pure per crederci davvero.
E invece la democrazia in questa comunità dovrebbe funzionare al contrario: uno arriva, dà quello che può dare e poi si leva di mezzo. Lascia spazio, fa crescere qualcuno, accetta l’idea rivoluzionaria che il mondo possa continuare anche senza la sua presenza costante al consiglio comunale.
Macché. Da noi il politico locale è una figura mitologica: non va mai in pensione. Al massimo cambia lista, simbolo, corrente, compare. C’è chi sviluppa dipendenze dalla nicotina o dalla cocaina, chi dal gioco d’azzardo. E poi c’è chi non riesce a smettere di candidarsi. Stesso meccanismo compulsivo, diversa sostanza.
La politica come vizio privato. Come abitudine tossica. Come gratificazione permanente.
E così i giovani restano spettatori. Buoni per attaccare manifesti, gestire dirette Facebook e applaudire ai comizi. Il potere vero, quello no: quello resta custodito dai reduci permanenti.
Poi ci stupiamo se nel Paese — e nei paesi — non vota più nessuno.
La verità è che l’elettore medio, davanti a certi candidati eterni, non sente più nemmeno rabbia. Sente stanchezza. Quella stanchezza profonda che prende quando accendi la televisione e scopri che stanno riproponendo per la dodicesima volta Montalbano. Solo che qui non puoi cambiare canale.
Eppure, a guardare bene i numeri di queste elezioni, qualcosa si muove — lentamente, faticosamente, ma si muove.
A Guardia il sindaco uscente ha vinto con 1.547 voti contro i 1.447 del candidato avverso. Cento voti. Uno scarto che, in un paese di poche migliaia di abitanti, equivale a una manciata di famiglie, a qualche cugino in più. Non è la vittoria schiacciante di chi governa senza contendenti: è la sopravvivenza di chi ha corso più veloce di quanto non pensasse di dover fare. Due progetti, due linguaggi, due generazioni a confronto: anche se, a dire il vero, nessuna delle due liste era composta soltanto da monaci tibetani del tutto estranei alla politica locale.
Le liste, infatti, sono state costruite con la consueta architettura guardiese: mattoni vecchi e qualche laterizio nuovo. La novità più interessante è stata il movimento civico che ha scelto di convergere sulla lista del sindaco uscente portando in dote quattro candidati giovani. È qui che sta la vera notizia. Non nella riconferma del sindaco: quella era nell’aria, come il profumo di mosto a settembre. La vera notizia è che il nuovo consiglio comunale di Guardia si presenta con una folta rappresentanza di volti giovani, eletti da entrambe le liste. Ragazzi e ragazze che hanno scelto di restare, di sporcarsi le mani, di sedersi attorno a un tavolo istituzionale invece di aprire una valigia verso Nord. Questo merita rispetto. E attenzione. Perché il rischio, adesso, è quello classico: che i giovani vengano assorbiti dalla macchina, ammorbiditi dal rito, sedotti dal protocollo. Che imparino presto il linguaggio dei comunicati stampa, delle inaugurazioni con i nastri tricolori, dei convegni dove si parla di futuro senza mai costruirlo davvero. La storia dei consigli comunali guardiesi è piena di fuochi entusiasti che si sono spenti nel giro di un mandato, consumati dall’inerzia del sistema.
Ai giovani eletti in consiglio comunale, da qualunque lista provengano, tocca ora la parte più difficile: non fare i consiglieri comunali. Fare i rappresentanti di una comunità che ha bisogno di essere convinta — prima ancora che amministrata — che vale la pena restare.
Il futuro, a Guardia, ha preso l’autobus anche stavolta. Ma almeno questa volta era un po’ più affollato del solito.