Ovvero: come la fama di avere un’opinione ti rende elettoralmente intoccabile a Guardia Sanframondi. Già, perché c’è un fenomeno politico mai studiato nelle università, mai analizzato dagli istituti demoscopici, mai citato nei manuali di scienza politica: l’elettore schierato come zona rossa elettorale.

A Guardia Sanframondi — paese che in questi giorni ha raggiunto livelli di attività diplomatica degni della Conferenza di Yalta, ma con più Falanghina e meno interpreti — esiste una categoria di cittadini che i candidati evitano con la stessa determinazione con cui si evita il parente scomodo a Natale: chi ha già un’opinione.

L’opinione, a Guardia, è considerata una malattia altamente contagiosa. Chi ce l’ha va lasciato stare. Avvicinarlo è pericoloso: potrebbe risponderti. E la risposta, si sa, è il peggior nemico di una campagna elettorale ben oleata.

La logica è ferrea, persino ammirevole nella sua brutalità tattica: a che serve chiedere un voto a qualcuno che potrebbe dirti di no? Peggio ancora: a che serve chiedere un voto a qualcuno che potrebbe dirti perché ti dice di no? Uno che magari si ricorda cosa fu promesso cinque anni fa, o dieci, o quando ancora si usava il ciclostile per i programmi elettorali?

No. Meglio concentrarsi sull’elettore vergine. L’indeciso. Il malleabile. Quello che non ha ancora una posizione e quindi ne può assumere una nuova in cambio di una stretta di mano calorosa e un “conta su di me”.

Il sottoscritto, invece, ha commesso l’errore imperdonabile di essere noto. Conosciuto. Di aver espresso, nel corso degli ultimi anni, qualcosa di simile a un pensiero. E a Guardia, avere una storia politica pregressa ti trasforma automaticamente in zona di esclusione aerea elettorale. Ventisei candidati. Ventisei silenzi. Una geometria della rimozione che ha quasi dell’artistico.

Avevo perfino studiato la faccia da elettore disponibile: quella leggermente interrogativa ma non ostile, con un sopracciglio alzato quanto basta a dire “convincimi”. Avevo tenuto il telefono carico. Avevo risposto prontamente anche ai messaggi di sconosciuti, solo per restare in allenamento. Niente. Nemmeno un messaggio inviato per sbaglio alla rubrica sbagliata. Nemmeno un whatsapp. Nemmeno il copia-incolla di massa che finisce a tutta la lista contatti senza distinzione, quello che ricevono anche i morti da tre anni. Il gatto del vicinato ha ricevuto più attenzioni politiche di me. E lui non vota nemmeno: almeno ufficialmente.

Il problema, si capisce bene, non è la dimenticanza. La dimenticanza è umana, comprensibile, perdonabile. Questo è altro. Questo è calcolo. Strategia. Chirurgia elettorale del rischio zero: si taglia fuori chi potrebbe generare attrito, imbarazzo, dibattito: quella cosa terribile e antiquata che una volta si chiamava confronto.

Perché un conto è bussare alla porta di qualcuno che non sa ancora cosa vuole e potrebbe volere te. Un altro è bussare alla porta di qualcuno che sa già cosa non vuole: e potrebbe essere proprio te. Il secondo scenario apre voragini esistenziali che nessun candidato vuole affrontare a un giorno dal voto. E così si pratica la grande arte del sorpasso consapevole: si passa davanti alla sua abitazione, si accelera leggermente, si fissa il tratto di strada con l’aria assorta di chi sta pensando a cose molto importanti, e si va avanti fino alla prossima meta. Qualcuno abbassa perfino lo sguardo. Con una grazia quasi commovente.

Domani andrò a votare lo stesso, sia chiaro. Per senso civico. Per amore della democrazia. Per quella strana nostalgia delle cose serie che ogni tanto viene anche ai cinici. Ma porterò con me, nell’urna, tutto il peso specifico di un elettore mai cercato, mai corteggiato, mai degnato nemmeno di un “buonasera, ti disturbo?”.

La mia non sarà una preferenza strappata al silenzio, espressa nell’indifferenza generale, depositata con la solennità malinconica di chi sa che il suo voto arriverà comunque: non come dono, non come conquista, ma come atto unilaterale di un cittadino che evidentemente fa più paura del vento.

E questo, a Guardia Sanframondi, forse è il più bel complimento che si possa ricevere.