Diciamocelo chiaramente: a Guardia Sanframondi si va a votare come si va al cinema a vedere un film già visto tre volte. Conosci la trama, sai chi sopravvive, e alla fine esci dalla sala chiedendoti perché ci sei andato. Eppure ci torni. O, peggio, smetti di andarci del tutto — e anche questo, guarda caso, fa comodo a qualcuno.

La cosiddetta “Cappa” — quella rete di potere informale che governa l’opinione pubblica locale più efficacemente di qualsiasi giunta — ha lavorato con pazienza certosina per anni a costruire il più potente degli anestetici politici: la convinzione che tanto sono tutti uguali. Un capolavoro di ingegneria del consenso. Gramsci ne sarebbe affascinato. I guardiesi, nel frattempo, sbadigliano.

E così, mentre Di Lonardo & soci hanno consumato i loro anni di governo senza lasciare traccia apprezzabile nella vita concreta dei cittadini — a meno che non si conti come miglioramento l’arte raffinata del navigare immobili — il paese si è abituato all’idea che cambiare non serva a nulla. Missione compiuta, cari strateghi della paralisi.

Il pronostico? Non serve il mago Victors. Prima ancora di aprire le urne, l’esito è già scritto sul muro come un graffito noioso: nessuno vincerà davvero, nessuno perderà davvero. Si andrà, con tutta probabilità, verso l’ennesima ammucchiata: quel sostanziale pareggio tra schieramenti che produce amministrazioni di facciata, dove i “soliti noti” si rimescolano le sedie con la soddisfazione di chi sa che il gioco è truccato.

Volete scongiurare questo scenario? Bene: allora bisognerà che qualcuno si muova, e si muova diversamente. Perché l’alternativa — la diserzione del voto come forma di protesta — ha il difetto strutturale di fare felici esattamente quelli contro cui si protesta. L’astensionismo non è una rivoluzione: è un favore che gli elettori delusi fanno ai loro carnefici politici.

Ma di chi è la colpa? Qui arriva la parte scomoda. La (pseudo)politica guardiese considera l’elettore medio una creatura di buona volontà ma scarsa attenzione, ai confini clinici della distrazione volontaria. E — bisogna ammetterlo con una certa amarezza — non ha torto del tutto. Per anni si è lasciato fare qualsiasi cosa senza che si levasse, come si dice in gergo locale, mezza pernacchia. Nemmeno mezza.

Un tempo si poteva attribuire tutto all’arroganza del potere, quella presunzione aristocratica di chi governa di non dover rispondere a nessuno. Oggi però quella spiegazione non basta più. La verità è più brutale: chi detiene il potere a Guardia ha buone ragioni empiriche per ritenere i propri elettori mansueti. Glielo abbiamo insegnato noi, votazione dopo votazione.

C’è però un elemento che i critici del “popolo bue” tendono a trascurare: è l’offerta politica stessa a generare il disinteresse. E si sa, l’offerta produce la domanda (o l’assenza di essa). Se al mercato della politica si trovano solo chiacchiere, se i comizi pubblici odorano di naftalina e ipocrisia, se i candidati hanno il volto incipriato e gli occhi vuoti come vetrine chiuse, allora non stupisca che i giovani — quelli che dovrebbero essere il futuro di questo paese — girino alla larga dalla contesa come da un supermercato che vende solo prodotti scaduti.

Si vota contro qualcuno, non per qualcosa. E questa è forse la diagnosi più impietosa che si possa fare a un sistema politico locale: quando la scelta è tra il meno peggio e il peggio del meno peggio, la partecipazione democratica si riduce a un rito scaramantico.

Cosa dovrebbe fare, invece, la politica. La politica — quella vera, quella che meriterebbe questo nome — dovrebbe alimentare passioni, non gestire convenienze. Dovrebbe saper leggere il malessere della comunità guardiese — la fuga dei giovani, la desertificazione dei servizi, il tessuto economico che si sfibra lentamente — senza liquidarlo come capriccio o nostalgia. E soprattutto: chiunque si presenti alle elezioni annunciando una “rivoluzione” dovrebbe avere l’obbligo morale — prima ancora che politico — di spiegare come intende realizzarla e con quali soldi. Cambiare senza dire come è semplicemente un’altra truffa. L’ennesima. E nessuno, a Guardia come altrove, merita di continuare a sorbirla in silenzio.

Domenica e lunedì prossimi, il sipario si alza. Gli attori entrano in scena. Il copione è sempre lo stesso. Questa volta, però, potremmo anche smettere di applaudire.